Shibumi

| November 6th, 2009

Sto leggendo Shibumi, vecchia storia di spionaggio di Trevanian. Al momento non è male. Un po’ datato, ma non è male. C’è sempre da imparare qualcosa.

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P. Vilikovský
È sempre verde…
traduzione di A. Mura, Edizioni Anfora, Milano 2004
(Recensione di Tiziana D’Amico)
e Samizdat 2005 (III) 2-3, pp. 492-494

“…E va subito detto che la scelta di È sempre verde… ci appare particolarmente felice. Una ex-spia dell’impero austro-ungarico racconta le proprie esperienze a un aspirante agente segreto attraversando mezzo secolo di storia dell’Europa centrale. Un romanzo di spionaggio, dunque. Ma non solo, perché già nella succinta trama compare un altro genere, quello del romanzo di formazione: l’agente fuori servizio è prodigo di consigli e osservazioni su come si deve svolgere questo delicato lavoro, oltre che di particolari sulle avventure vissute.
Consigli, osservazioni, avventure, considerazioni, ricordi: la narrazione è composta unicamente da questo, e si rovescia come l’acqua di un bicchiere rovesciato, senza una meta precisa, senza confini. Il narratore divaga, interrompe il racconto, passa da un ricordo all’altro, ignorando, confondendo il suo ascoltatore (i suoi ascoltatori, quello del romanzo e il lettore). Un monologo a tratti interrotto da domande alle quali non sempre vengono date risposte, spesso ribattute con fastidio e insulti più o meno velati, o del tutto snobbate. Un ascoltatore denigrato, di cui veniamo a conoscenza solo dei difetti fisici (le orecchie, il naso) e delle carenze intellettive e scolastiche (non conosce né l’inglese né il latino). Il critico Vladimír Macura ha osservato che questo narratore ricorda Insulti al pubblico di Peter Handke (“Agenta Munchhasena přirody a skúsenosti”, Slovenské Pohľady, 1989, 9, pp. 41-47); o forse sarebbe più appropriato scrivere che “gioca a ricordarlo”.
Ed ecco una delle chiavi di lettura di queste 140 pagine: il gioco. L’autore, attraverso questo suo narratore egocentrico, stereotipo di se stesso, gioca con il lettore e con la letteratura. Gioca con i generi, quello dello spionaggio innanzitutto, quello di formazione (con il colpo di scena finale), e, a guardar bene, tocca anche quello della memorialistica con il suo narratore dai ricordi grotteschi, irreali di una vita fuori dal quotidiano. …”
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Liaty Pisani, chi è costei?

| October 18th, 2009
Liaty Pisani è considerata dalla critica “l’unica scrittrice da prendere sul serio nel panorama tutto maschile della spy story internazionale” («Norddeutscher Rundfunk»), nonché “la maestra del thriller di spionaggio” («Der Spiegel»). Inizia la sua carriera letteraria a tredici anni quando, nei primi anni Sessanta, pubblica un libro di poesie illustrato dai suoi quadri: Il mondo nasce e io l’amoSi scatena un caso analogo a quello della giovanissima poetessa francese Minou Drouet (stampa, radio e televisione si occupano ampiamente di lei). A diciotto anni pubblica un secondo libro di versi Per non dimenticare, al quale segue La scelta della pelle, presentati da Giulio Nascimbeni e Giuliano Gramigna. In seguito pubblica poesie su riviste. Nel 1979 lavora per la casa editrice Guanda, occupandosi della Società di Poesia. L’anno seguente scrive il suo primo romanzo, Il falso pretendente (Coliseum 1988 e La vita Felice 1995). Seguirà nel 1987 La Terra di Avram, edito da Mondadori. Nel 1992 inizia la serie di spionaggio che ha come protagonista l’agente di un servizio segreto mercenario. Specchio di notte, il primo libro della serie, sarà pubblicato da Leonardo Mondadori Editore. In seguito Liaty Pisani, a causa della mancata pubblicazione in Italia del suo secondo romanzo di spionaggio, che offre una lettura della tragedia di Ustica molto scorretta politicamente, cederà i diritti dei propri libri alla casa editrice Diogenes di Zurigo. In Italia sono stati pubblicati da Sperling: Agguato a MontségurUn silenzio colpevoleLa spia e il presidente e da Fazi Editore il nuovo La Spia e la Rockstar. Nel 2007, per i titoli della Diogenes, uscirà il romanzo La soluzione vitale che tratta della recrudescenza del fascismo nel mondo. I suoi libri sono tradotti in Francia, Spagna, Germania, Austria e Svizzera tedesca.
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 Per quasi un anno Benito Mussolini, nel 1917, fu stipendiato dai servizi segreti britannici. Sorprendente, forse, per l’uomo che molti anni dopo avrebbe dichiarato guerra alla “perfida Albione”. Ma la politica è spregiudicata, sicché non bisogna meravigliarsi che gl’inglesi, più tardi “stramaledetti” dal fascismo, fossero alleati preziosi in una stagione precedente. Stupisce piuttosto, e qui sta la novità, l’esiguità della somma: cento sterline, il prezzo con cui l’intelligence britannica si comprò la fedeltà di Mussolini, non erano molti soldi nemmeno a quel tempo. “In genere, rivalutiamo per sessanta: perciò, possiamo stimare quella sovvenzione in seimila sterline d’oggi”, dice Peter Martland, professore di storia moderna all’Università di Cambridge. Neppure 5.500 euro al cambio odierno, quindi, per fare una politica, certo congeniale a Mussolini, che era vitale per la Gran Bretagna in guerra contro gl’Imperi Centrali. “Fu un vero affare, perché ormai il conflitto sembrava perso”, osserva Martland. Possibile che con quelle cento sterline si sia cambiato il corso della storia europea? “Comunque, se avesse vinto la Germania, non saremmo qui a parlarne”, commenta lo storico.

Vediamo. Nell’autunno del 1917 le sorti della Grande Guerra sono appese a un filo. La Russia rivoluzionaria ha sospeso i combattimenti contro la Germania, l’Italia ha subito la rotta di Caporetto. La situazione è disperata. Se anche l’Italia dovesse abbandonare il conflitto, solo Francia e Gran Bretagna resterebbero a opporsi a Germania e Austria. Londra deve fare di tutto per garantire che l’Italia non receda dall’alleanza: “C’era il timore che il governo italiano dopo Caporetto dovesse fronteggiare rivolte, ondate pacifiste”, riassume Martland. Ma i britannici avevano a Roma un uomo di prim’ordine, il tenente colonnello Samuel Hoare, dell’intelligence militare, il quale aveva organizzato una rete di un centinaio di agenti che agivano per la Gran Bretagna. Riferiscono sul morale della nazione, sulla condizione delle banche, sul contrabbando di oro e valuta verso la Svizzera che, come sempre nella storia italiana, aumenta nei momenti di grave crisi. Qualcuno consiglia a Hoare di avvicinare il giornalista Benito Mussolini che, cacciato dall’”Avanti!” e dal partito socialista per la sua linea interventista, sostiene ora la politica con un nuovo giornale, “Il Popolo d’Italia”. Hoare acconsente e, conosciuto Mussolini, fa di più: propone una sovvenzione per la testata.

Il suo capo a Londra, Sir George Macdonagh, tentenna. “Hoare lo convince, dicendo che, se la sovvenzione è negata, è pronto a pagare di tasca propria”, spiega Martland. E si fa l’accordo: cento sterline alla settimana. Ricorderà molti anni più tardi, nel 1954, Hoare, ormai divenuto Lord Templewood, nelle sue memorie: “’Lasci fare a me’, fu la risposta che Mussolini mandò attraverso il mio intermediario: ‘Mobiliterò i mutilati di Milano, che spaccheranno la testa a ogni pacifista che tentasse di tenere una manifestazione di strada contro la guerra’. E fu di parola, i fasci neutralizzarono davvero i pacifisti milanesi”, concluse Hoare -  sorvolando, da signore, sulle cifre. Naturalmente, non è che Mussolini abbia salvato le sorti dell’Italia e della guerra, ma anche il suo interventismo, fino al Piave e al riordinamento dell’esercito italiano sbandato, servì alla causa britannica. “L’investimento rese, anche se non so se Mussolini usasse i soldi per il giornale: viste le sue inclinazioni, ritengo probabile che abbia speso quei soldi per le sue amiche”, dice Martland, che fa due conti: “Era buon prezzo, se si pensa che la guerra all’epoca costava alla Gran Bretagna quattro milioni di sterline al giorno”. 
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libri e affini

| October 10th, 2009
In questi giorni sto leggendo un po’ di libri… ne ho una catasta, che inizio, rimetto lì, riprendo. Per fortuna quando li riprendo, anche a distanza di mesi o settimane, mi ricordo subito dove ero arrivato e cosa stava accadendo. Per fortuna…
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Notizie dalla frontiera

| October 7th, 2009
 Nulla di nuovo qui sul fronte orientale… lo sapete che questo server (di iospia) ha sede in Portogallo? Anche quello un paese famoso per le spie
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Dal 2 al 4 ottobre si svolgerà la Seconda Edizione del Festival del Giallo nella cittadina in provincia di Gorizia. 

Incontri, spettacoli, interviste, proiezioni ed iniziative enogastronomiche: una festa dei lettori con gli autori per parlare di delitti e misteri, di finzione e realtà, per discutere di “gialli” con scrittori, critici, giornalisti e artisti sul palcoscenico dell’isola in un crescendo di mistero ed emozioni. Un appuntamento imperdibile per gli amanti del genere, un’occasione unica per parlare di intrighi e dei “casi” di cronaca che spesso sconvolgono le placide atmosfere della provincia italiana.

INCONTRI SPECIALI DEDICATI AD EDGAR ALLAN POE E AGLI 80 ANNI DEL GIALLO MONDADORI Intervengono:
Sergio Alan D. Altieri, Barbara Baraldi, Elisabetta Bucciarelli, Leonardo Buonuomo, Fabio Canciani, Norberto Cacciaglia, Danila Comastri Montanari, Stefano Covri, Renzo Stefano Crivelli, Alberto Custerlina, Antonio Della Rocca, Francesco De Nicola, Marco Giovanetti, Elvio Guagnini, Veit Heinichen, Loriano Macchiavelli e Francesco Guccini, Helmut Meter, Alessandro Mezzena Lona, Viviana Pace, Roberto Pirani, Fabio Piuzzi, Salvatore S.Nigro, Ermanno Paccagnini, Sergio Pent, Maurizio Pistelli, Paolo Quazzolo, Loris Rambelli, Giancarlo Re, Andrea Ribezzi, Mauro Smocovich, Valerio Varesi.
Comitato scientifico: Elvio Guagnini (coordinatore), Marco Giovanetti, Flavia Moimas.

LE SEDI
Spazio Noir Diga Nazario Sauro
Sala Lido Grand Hotel Astoria
Centro Storico
Aula Magna Scuola Media Marco Polo
Scuola Primaria Dante Alighieri-Sala Biblioteca
Biblioteca Civica

GLI ARGOMENTI
Il Giallo in Libreria
Il Giallo in Edicola
Il Giallo a Scuola
Il Giallo e i Giornali
Il Giallo e la Fiction

http://www.grado.info

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E’ appena uscito in Francia una pellicola cinematografica che racconta la vicenda di  una spia russa che tradirà all’inizio degli anni Ottanta, a far espellere tutto il KGB dalla Francia. Spia russa che tradì per vendetta e per qualche bottiglia di Champagne, non per soldi o per idee politiche. Questo racconta in breve l’articolo uscito sul Figaro e che riporto qui sotto…mi dispiace per chi non sa il francese, ma è troppo lungo per tradurlo tutto. 

Le film de Christian Carion raconte l’affaire du début des années 1980 qui contribua à la chute de l’URSS.

Le 5 avril 1983, deux autocars viennent chercher, devant l’ambassade de l’URSS à Paris, les 47 diplomates soviétiques expulsés. Ils sont accusés de se livrer à des activités d’espionnage. Leurs noms ont été fournis à la France par le lieutenant-colonel du KGB Vladimir Vetrov Crédits photo : AFP
Le film de Christian Carion (sortie mercredi en salle) raconte l’affaire du début des années 1980 qui contribua à la chute de l’URSS.

L’actualité rejoint parfois la grande histoire. Ce mardi 5 avril 1983, la télévision montre deux autocars stationnés devant l’ambassade-blockhaus de l’URSS, boulevard Lannes à Paris. François Mitterrand a décidé d’expulser 47 diplomates soviétiques accusés de se livrer à des activités d’espionnage en France. Au total, ce sont quelque 130 personnes, diplomates, journalistes, agents commerciaux, femmes et enfants qui embarquent ce jour-là à Roissy dans un Iliouchine 86 pour un vol très spécial à destination de Moscou. « Un tremblement de terre, ce n’était pas dans l’habitude des Français, mais il n’y a pas eu de représailles, ce qui revenait à reconnaître les faits », se remémore l’ex-diplomate devenu écrivain, Vladimir Fedorovski, à l’époque en poste à Paris (1). L’une des principales affaires d’espionnage de la guerre froide vient d’éclater au grand jour, l’affaire « Farewell », du nom de code donné par les services français au lieutenant-colonel du KGB, Vladimir Vetrov, incarné de façon saisissante aujourd’hui par Emir Kusturica dans le film de Christian Carion.

C’est grâce aux listes fournies par cette « taupe » exceptionnelle que les agents soviétiques opérant dans l’Hexagone ont été démasqués. Cette même année 1983, dans les principaux pays occidentaux, environ 150 officiers de renseignement soviétiques sont, eux aussi, contraints de regagner leurs foyers. C’est en fait tout le système de collecte de données sensibles à l’Ouest par le KGB qui est décapité. Le rôle déterminant de Farewell ne se limite pas à ce grand coup de balai dans la fourmilière russe. Car l’espion a aussi fourni à ses « contacts » français la copie de toutes les informations que les Soviétiques ont pu se procurer en Occident, notamment les nouvelles armes stratégiques en fabrication. Un vrai choc. À Paris, on apprend ainsi que le KGB connaissait le contenu de chaque message échangé entre l’ambassade de France à Moscou et le Quai d’Orsay depuis 1976.

Mais la principale conséquence de ces « fuites » est ailleurs : elles reflètent le caractère profondément vermoulu d’un régime soviétique aux abois. L’affaire révèle « à quel point l’appareil militaro-industriel soviétique dépendait de l’espionnage technologique », comme le soulignent Sergueï Kostine et Éric Reynaud, dans leur ouvrage de référence sur Farewell qui vient d’être réédité (2). À Moscou, l’homme qui monte est Youri Andropov, le chef du KGB, qui prend le pas sur un Brejnev malade et affaibli. À Washington, Ronald Reagan vient d’être élu à la Maison-Blanche en appelant à la croisade contre l’empire du mal. Le dernier round de la guerre froide s’ouvre. Il trouvera son dénouement moins d’une décennie plus tard avec la chute du communisme. Dans la partie qui s’engage, « l’affaire Farewell va contribuer à changer les grands équilibres nés à l’issue de la Seconde Guerre mondiale », estime l’historien Marc Ferro.

Il recrute des agents en France
Mais qui était Farewell ? Divers témoignages composent le portrait d’un homme complexe et paradoxal. Bon vivant, amateur d’art, idéaliste, courageux, passionné, d’une part, aigri, alcoolique, désaxé, meurtrier même, d’autre part. Traître pour les uns, héros pour les autres. Né en 1932 à Moscou dans une famille modeste (son père est contremaître, sa mère, illettrée, travaille comme femme de chambre), Vladimir Ippolitovitch Vetrov est un écolier puis un étudiant méritant. Quoique n’appartenant pas à la nomenklatura, il intègre la prestigieuse École supérieure technique Baumann et se spécialise en électronique. Ingénieur dans une usine de machines à calculer, il est recruté par le KGB où il apprend l’anglais, le français et toutes les techniques d’espionnage.

Très tôt, notent toutefois ses biographes, ce self-made-man à la soviétique ressent durement les profondes inégalités de la société communiste. « Le sentiment de l’injustice sociale et la répulsion à l’égard du piston ponctuent tout son parcours », relèvent Sergueï Kostine et Eric Raynaud. En 1965, il est nommé à l’ambassade d’URSS à Paris. Alors qu’il est officiellement attaché commercial, sa mission consiste, en fait, à recruter des agents chargés de fournir à son pays les informations techniques dont il a besoin. Pour Vetrov et sa femme Svetlana, ces années parisiennes ont la douceur des bulles de champagne : sorties culturelles, mondanités, rencontres… Le couple croise souvent Jacques Prévost, haut cadre chez Thomson-CSF, qui rend à l’occasion des « petits services » à la DST. C’est que Vetrov a rapidement été repéré et placé sous surveillance. Entre les deux hommes néanmoins, les relations ne sont pas dénuées de chaleur et d’amitié. De reconnaissance en tout cas : un soir qu’il rentre chez lui quelque peu éméché, Vetrov a un accident de voiture en plein Paris. Son véhicule de fonction est hors d’usage, ce qui peut lui valoir de très sérieux ennuis avec sa hiérarchie. Il s’adresse alors à son ami Prévost, qui intervient aussitôt et fait remettre la voiture à neuf le jour même. Vetrov ne l’oubliera pas.

De retour en URSS en 1970, il est affecté quelques années après au Canada, à la mission commerciale de l’ambassade d’URSS. Il n’y restera que neuf mois avant d’être rappelé. Car son parcours a commencé de déraper, sans qu’il soit vraiment possible de dire pourquoi. Des problèmes d’alcool ? Une malencontreuse affaire de bijoux volés à laquelle le couple Vetrov se trouve incidemment mêlé à Toronto ? Ce qui est sûr, c’est que cet obscur lieutenant-colonel du KGB nourrit une profonde désillusion à l’égard de sa « maison ». On l’entend alors ouvertement critiquer les « fils de ministre » qui gravissent tous les échelons tandis que sa propre carrière stagne. Rentré en 1975 à Moscou, il est mis au placard à la Direction des renseignements technologiques et n’aura plus de fonction opérationnelle. Vladimir Vetrov décide alors de faire le grand saut. Sa frustration va devenir vengeance.

À l’époque, Jacques Prévost effectue de fréquentes missions à Moscou pour le compte de Thomson-CSF, qui a hérité de gros contrats à l’approche des Jeux olympiques de 1980. Vetrov reprend contact avec son ami parisien et lui fait des offres de collaboration. Pour la DST toutefois, Jacques Prévost est trop connu des Soviétiques. C’est donc le polytechnicien Xavier Ameil, représentant de Thomson-CSF à Moscou, qui est choisi pour entrer en contact avec Vetrov, en mars 1981. « Je l’ai rencontré six ou sept fois, à chaque fois un quart d’heure ou une demi-heure, se souvient Xavier Ameil, aujourd’hui retraité. C’était un homme sympathique, animé par la rancœur. Ce n’est pas le système soviétique qu’il détestait, mais celui des passe-droits au KGB. Cela le mettait hors de lui. Il voulait se venger. » L’ancien ingénieur français ne se souvient pas, pour sa part, d’avoir jamais vu Vetrov éméché. Les rendez-vous ont lieu dans la Renault 20 blanche d’Ameil. Un professionnel du renseignement, l’attaché militaire à Moscou Patrick Ferrant, lui succédera comme contact de Farewell. En un an, il leur livrera près de 3 000 documents ultrasecrets qui allaient ébranler le monde.

Rétribué en bouteilles de champagne
Et pourtant, ce maître espion n’en était pas vraiment un. Car Vetrov agit avec une incroyable désinvolture, prend peu de précautions, parle beaucoup, va même jusqu’à proclamer dans son service qu’il « ramène du travail à la maison ». Les documents qu’il « emprunte » sont transportés dans un simple sac en plastique. Chaque dossier est photocopié par Ameil, puis par Ferrant, et rapporté au rendez-vous suivant. À aucun moment, il n’exige de l’argent, tout juste quelques bouteilles de champagne et de petits cadeaux pour sa maîtresse, Ludmilla, une interprète du KGB. Son couple bat de l’aile depuis plusieurs années. Il ne souhaitait pas non plus être exfiltré à l’Ouest, invoquant son attachement pour la Russie. « Il n’agissait pas en espion », affirme Xavier Ameil. C’est peut-être ce qui lui a permis d’être aussi efficace. Jusqu’à la chute…

Car le 22 février 1982, tout bascule lors d’un épisode rocambolesque. En fin d’après-midi, Vetrov emmène Ludmilla dans sa Lada. Il s’arrête sur un parking en bordure du périphérique. Soudain, après avoir débouché du champagne, Vetrov porte avec la bouteille des coups violents au visage sa maîtresse, la laissant pour morte. C’est alors qu’un milicien, intrigué par la présence d’une voiture sur le terre-plein désert, frappe au carreau. Vetrov jaillit de son siège et poignarde l’homme. Incroyable scène ! Épais mystère ! Coup de sang d’un homme piqué au vif par une remarque de sa maîtresse ? Volonté de faire taire définitivement une femme qui aurait pu le trahir ? La descente aux enfers de Vetrov commence. Arrêté dès le lendemain, il avoue son crime. Ludmilla en réchappera. Lui écope de quinze ans de détention et commence à purger sa peine dans un camp à Irkoutsk. Ce meurtre était-il un stratagème pour être jugé en tant que criminel de droit commun et non comme espion, ce qui lui aurait valu une peine autrement plus lourde ? Certains ne l’excluent pas. « Il se sentait peut-être plus en sécurité en prison », hasarde Xavier Ameil. Mais l’étau se resserre. Entre-temps, l’affaire a éclaté en Occident. Farewell va rattraper Vetrov. Pour le KGB, il ne fait plus de doute qu’il s’agit du même homme. Il est ramené à Moscou pour y être interrogé. Sur la dernière photo qu’on ait de lui, dans les yeux de l’espion confondu, on lit qu’il ne se fait guère d’illusion sur son sort.

Lors d’un sommet du G7, François Mitterrand a remis à Ronald Reagan les secrets livrés par Farewell. Selon Jacques Attali, ce geste fut déterminant pour dissiper la méfiance entre le président américain et son homologue français, socialiste, ayant de surcroît dans son gouvernement quatre ministres communistes. Reagan sera conforté par les informations de Farewell pour orchestrer son grand coup de bluff, la « Guerre des étoiles » : projet visant faire croire à l’adversaire que les États-Unis étaient invulnérables aux attaques des missiles soviétiques. L’empire ne s’en relèvera pas.

Farewell n’en a jamais rien su. Il a été exécuté d’une balle dans la nuque dans un sous-sol de la prison de Lefortovo, le 23 janvier 1985. Deux mois plus tard, Mikhaïl Gorbatchev arrivait à la tête du PCUS et lançait la perestroïka.

(1) « Le Roman de l’âme slave » (Le Rocher)(2) « Adieu Farewell » (Robert Laffont)
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…l’ho scoperto solo adesso, ma la notizia mi ha fatto piacere. Auguri al vincitore. Il comunicato ufficiale della redazione sul vincitore dell’edizione 2008 del premio Urania.

Anche l’edizione 2008 del Premio Urania, con pubblicazione in novembre 2009, si è conclusa felicemente. La giuria, composta da Sergio “Alan D.” Altieri, Silvia Castoldi, Marco Fiocca, Giuseppe Lippi, Marco Passarello, Cecilia Scerbanenco, Riccardo Valla, Ernesto Vegetti e Sebastiana Vilia, ha esaminato attentamente i testi e ha discusso i risultati. Su una settantina di romanzi pervenuti al Premio, solo quattro sono arrivati in finale, e precisamente:

- F.T. Denard, Vedo rosso
- Ivan Libero Lino, Acqua
- Fabio Oceano, L’ultimo volo della Icarus
- Francesco Verso, Il fabbricante di sorrisi

Pur apprezzando i meriti dei vari concorrenti, la giuria finale composta da Sergio Altieri e Giuseppe Lippi, rispettivamente Editor e Curatore di “Urania”, ha dovuto sceglierne uno soltanto. Il vincitore è perciò

IL FABBRICANTE DI SORRISI di Francesco Verso,

un ottimo thriller cibernetico ambientato in un mondo futuro realistico e ben delineato, in cui l’azione densa e ritmata nulla toglie agli scrupoli morali e alla consapevolezza analitica di una vivace riflessione sull’erotismo. Il romanzo sarà pubblicato su “Urania”, in novembre, con il nuovo titolo definitivo E-DOLL.

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thetravellersclub

| September 11th, 2009
In questo famoso club ingese, sembra si incontrino tutte le spie del mondo…per riunioni ufficiali. Così ha raccontato il Giornale di Vicenza di martedì. E c’ da credersi, leggete con quale discrezione, sulla prima pagina del loro sito, descrivono ciò, ovviamente non apertamente, ma il sottinteso è ‘ovvio’: “…The Travellers Club was founded in 1819 and moved to its present purpose-built clubhouse, designed by Charles Barry, in 1832. The intention of its founders was to provide a meeting place for gentlemen who had travelled abroad, their foreign visitors and diplomats posted in London who might enjoy the privilege of using the Club. …” Insomma, arrivederci al Travellersclub! “…In the 21st century the Travellers Club continues to fulfil this role. The Club has many foreign Ambassadors and High Commissioners in London among its members. Throughout the Club’s existence distinguished members of the Diplomatic Service, the Home Civil Service, and the Armed Forces have come to the Travellers Club, while other professions have increasingly been added to the membership, as international travel has become part of the working life of a wider and wider range of occupations.

The Club maintains recriprocal arrangements with some 140 clubs across the world. …”

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