Archive for June, 2008

  Ci fu un estremo tentativo messo in atto da una fazione del Sismi (i servizi segreti militari) per salvare Aldo Moro. È quanto sostiene Ilich Ramirez Sanchez, meglio noto come Carlos, uno dei grandi protagonisti del terrorismo internazionale, intervistato dall’Ansa nel carcere parigino di Poissy in occasione del trentennale dell’uccisione dello statista da parte delle Brigate Rosse.

Il tentativo del Sismi Il piano - afferma Carlos - prevedeva che l’8 maggio 1978, il giorno prima della morte di Moro, alcuni brigatisti in carcere venissero prelevati e portati in un paese arabo. Li sarebbe giunto anche un aereo dei servizi italiani con a bordo uomini della resistenza palestinese (presumibilmente del Fronte popolare di liberazione della Palestina, Fplp), che avrebbero svolto il ruolo di garanti. Ma il piano saltò. L’aereo italiano - aggiunge lo “sciacallo” - attese invano, su una pista dell’aeroporto di Beirut, che la situazione si sbloccasse. Sempre secondo Carlos, a mettere in allarme a Roma la fazione “filo Nato” dei servizi sull’operazione a cui si stava pensando come extrema ratio per evitare il tragico epilogo del rapimento Moro, fu probabilmente una indiscrezione fatta a Beirut da un membro dell’ufficio politico dell’Olp, Bassam Abu Sharif. Dopo l’assassinio del presidente della Dc, i responsabili del Sismi all’origine dell’operazione furono epurati, allontanati o costretti alle dimissioni. L’intervista a Carlos - le cui affermazioni, tutte da verificare, hanno più di un elemento di verosimiglianza - è stata realizzata tramite il suo difensore Sandro Clementi e la signora Sophie Blanco, che gli hanno portato in carcere le domande.
L’aeroporto di Beirut
Ci fu un ultimo, estremo tentativo di salvare Aldo Moro che ebbe come scenario la pista dell’aeroporto di Beirut dove un executive dei servizi segreti italiani attese invano, l’8 e il 9 maggio del 1978, che a Roma una certa situazione si sbloccasse. Una fazione dei servizi segreti italiani, favorevole allo scambio, avrebbe dovuto prelevare dalle prigioni alcuni Br che dovevano essere portati in un Paese arabo. A bordo di quel jet c’erano il colonnello Stefano Giovannone, uomo del Sismi legato a Moro, ed esponenti dell’Fplp, garantiti e sotto la protezione dello Stato italiano. In un primo momento le allusione di Carlos erano state collegate alla missione che proprio la mattina del 9 maggio di 30 anni fa portò l’ammiraglio Fulvio Martini, all’epoca vice del Sismi, ad incontrare, nel carcere jugoslavo di Portorose, 4 capi della Raf. Tutto invece saltò perchè qualcuno a Roma seppe della cosa e intervenne a bloccare il tutto. Carlos aveva detto, in una intervista di qualche anno fa, che c’erano “patrioti anti Nato, compresi molti generali, che erano partiti per aspettare il rilascio del prigioniero e salvare la vita di Moro e l’indipendenza dell’Italia. Invece questi generali furono costretti alle dimissioni”. Carlos, a 30 anni dai fatti, chiarisce la vicenda che poteva essere decisiva “fu una conseguenza dei fascisti (Mussoliniani li definisce) che controllavano l’intelligence militare che aveva preparato delle operazioni per andare a prendere nelle carceri, di notte, alcuni brigatisti imprigionati. Credo che l’informazione sia arrivata ai servizi della Nato a Beirut e probabilmente per l’imprudenza di Bassam Abu Sharif (membro dell’ufficio politico dell’Olp)”. Una soffiata, dunque, rese possibile lo stop a quell’ultimo misterioso tentativo a cui hanno alluso, per decenni, esponenti socialisti e della Dc. Quell’aereo a Beirut - spiega Carlos - “era a disposizione della resistenza palestinese per andare sotto la protezione dello Stato italiano (servizi militari) nel Paese opportuno per organizzare il ricevimento dei brigatisti sul punto di essere sottratti dalle carceri dai servizi militari”. Un riscontro a queste parole è il fatto che dopo la morte di Moro si ebbe un vero e proprio ripulisti nel Sismi, che pure era nato da pochi mesi. Sui giornali nessuno spiegò in quelle settimane quale ne fosse la ragione; lo stesso Martini abbandonò il servizio segreto per alcuni anni. Nella lunga intervista a Carlos molte sono le ulteriori rivelazioni: a Milano, mentre si stava preparando un incontro delle Br con un “uomo dello Stato” ci fu un blitz che interruppe il canale che era stato aperto: “Quello che posso dire - rivela lo Sciacallo - è che vi era un contatto tra le due direzioni (Br-Raf) e che ci fu in quel momento una operazione delle teste di cuoio (prima nella storia). Il governo italiano non aveva necessità di stabilire contatti con gruppi stranieri per liberare Moro”. Recentemente Cossiga ha confermato che ci fu in effetti una missione di questo tipo proprio a Milano dopo che c’era stato un contatto tra Br e un uomo di Chiesa grazie al segreto del confessionale. Carlos spiega ancora che i contatti che portarono a questo ultimo tentativo - che oggi rivela - passarono tra Giovannone e l’Fplp e grazie anche ad altri ufficiali che si recarono a Beirut più volte. “Separatamente vi erano contatti con le Br con rivoluzionari europei non italiani. Per ragioni di sicurezza le Br si erano chiuse nell’imminenza della tripla operazione consistente nella simultanea cattura di Moro, Agnelli e un giudice della Corte suprema. Le azioni dovevano svolgersi simultaneamente in Italia”. Questa dei tre rapimenti è una assoluta novità. Carlos ne è ben cosciente e sottolinea per due volte che doveva essere rapito Gianni Agnelli e non Leopoldo Pirelli come poi si è detto e scritto. Nulla invece dice della identità dell’alto magistrato che doveva essere anche egli rapito. Nelle sue risposte, su cui ha a lungo meditato, come ha raccontato l’avvocato Clementi, Carlos ha detto di non aver mai saputo nulla del’ingente riscatto che la Chiesa era pronta a pagare proprio la mattina del 9 di maggio a Milano. “Sono stupito di apprendere che la Chiesa avesse quella cifra per pagare. Benché fosse un buon cattolico (Moro), l’uomo della Chiesa era Andreotti che si è opposto al salvataggio di Moro. Il tentativo di Beirut è stato sabotato a Milano e questo è un dato di fatto (e qui Carlos sembra alludere al contatto avvenuto tramite la Chiesa a Milano cui si sarebbe risposto con un vero blitz che costrinse gli uomini della Raf che erano nel capoluogo lombardo a fuggire in Jugoslavia dove poi vennero arrestati). I sovietici avevano interesse a salvare Moro; gli yankees e gli israeliani erano contro e quindi se vi fosse stato un intervento di uno Stato straniero si sarebbe trattato di uno della Nato e non del Patto di Varsavia”.

Daniele Ganser ha pubblicato un libro da leggere e che certo coinvolge i servizi segreti di tutta Europa… da leggere, no, da studiare per chi è appassionato di spionaggio. 



Nell’agosto del 1990 Giulio Andreotti rivelò l’esistenza di Gladio, generando un terremoto sulla scena politica italiana. A livello europeo, si susseguirono una serie di conferme e smentite sull’esistenza di analoghi eserciti, coordinati dalla NATO ma sotto il controllo della CIA e dei servizi segreti britannici e finalizzati a impedire un’eventuale espansione del comunismo nei paesi occidentali. Si vociferava inoltre che Gladio fosse legata, in Italia e altrove, al terrorismo, alla “strategia della tensione”, ai tentativi di colpo di Stato e all’utilizzo della tortura. Ma mentre la stampa italiana ha continuato negli anni a parlare del fenomeno, quella straniera lo ha quasi del tutto dimenticato.

Questo libro rappresenta il primo studio dettagliato sugli eserciti segreti della NATO in tutta Europa e ci permette di comprendere l’assetto fondamentalmente internazionale della Gladio italiana. I soldati di ogni parte del continente erano dotati  di esplosivi e di armi, venivano addestrati dallo Special Air Service inglese e dai Berretti Verdi americani. Strutture simili a Gladio sono esistite anche in Francia, Spagna, Portogallo, Germania, Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo, Danimarca, Norvegia, Grecia e Turchia; e persino in almeno quattro paesi non-NATO: Finlandia, Svizzera, Austria, Svezia. Le informazioni che emergono da questa ricerca – condotta sulla base di un’ampia documentazione e delle testimonianze di parlamentari, giudici e giornalisti di diverse nazionalità – pongono inquietanti interrogativi sul “lato oscuro” delle democrazie occidentali.

 

«Questo attento, sistematico e incisivo studio fa luce, per la prima volta, sulla fosca storia degli eserciti segreti creati dalla NATO, rivelandone la portata e le minacciose implicazioni».

Noam Chomsky

 

«Un libro documentatissimo che racconta, con capitoli inediti, cosa fu Gladio negli Stati democratici dell’Europa occidentale».

Attilio Giordano, «Il Venerdì di Repubblica»

 

«La ricerca di Ganser è un lavoro pionieristico, che apre uno spiraglio su uno scenario assolutamente inesplorato».

Dalla prefazione di Giuseppe De Lutiis

prefazione di Giuseppe De Lutiis
traduzione di Silvio Calzavarini
disponibile su ibs

Un romanzo inedito del curatore di iospia, intitolato <<il padre della pioggia>>, è stato selezionato dalla casa editrice i XII. I XII, si presentano così: XII è una realtà multiforme: un’Associazione Culturale, una Casa Editrice (Edizioni XII) e un gruppo di autori.
Pubblichiamo opere severamente selezionate, e offriamo agli autori (nostri e non), agli aspiranti tali, e ai lettori, ospitalità nella dimora virtuale di XII – il forum –, un punto d’incontro e di vivace collaborazione per i più disparati progetti.

XII è un Editore indipendente e no-profit, ma crediamo nella “giusta mercede” per i nostri autori, artigiani della parola. Il nostro catalogo contiene le loro opere migliori, e che siamo fieri di condividere con voi.
Se amate scrivere o leggere le storie che attendevano di essere raccontate, in XII c’è qualcosa per voi.


Dopo l estate sapremo se
<<il padre della pioggia>> sarà fra i vincitori.
Un dettaglio: F.T. Denard si


è presentato come Bozo & Screever, uno pseudonimo che dietro di sé ha una storia molto particolare.
Nella foto accanto, la
protagonista del romanzo, Lijubov Kalashnikova.
Questo
è un assaggio di trama:”….
Lijubov, agente segreto del GRU, viene spedita a recuperare un ‘pacco’ in una misteriosa base segreta. La base segreta si rivela essere su Marte, la famosa leggenda della base sovietica è dunque vera. Sulla base incappa in un capitano dato per morto che è impazzito e si crede Dio. Lo dovrà uccidere anche se capisce che forse l’uomo è veramente quello che afferma di essere. …”

 


Questo articolo, preso da Lemonde.fr, è interessante perché parla del non rispetto dell’immunità diplomatica da parte di Israele. Noto è che spesso il personale diplomatico ha a che fare con lo spionaggio, (vedi gli attachè militari, vedi i romanzi… o le biografie di spie). Questo caso fa riflettere. Israele vuole perquisire i diplomatici perché pensa che portino dentro o fuori materiale ’sporco’. Se dovessimo ragionare come un profiler, questo ci dice che forse anche Israele fa lo stesso? … in fin dei conti nel vecchio Testamento c’è il proverbio ebraico ‘occhio per occhio…’

“…Franchir le point de passage d’Erez, au nord de la bande de Gaza, pour pénétrer en Israël est rarement une chose simple. Les contrôles sont tatillons, l’attente interminable et le cheminement incommode dans les différents sas. Mercredi 11 juin, une diplomate française, Catherine Hyver, consul adjointe de France à Jérusalem, ainsi qu’un agent de sécurité de la représentation française l’ont expérimenté. En pire. Pendant dix-sept heures, du mercredi à 16 h 30 au jeudi matin 9 h 30, ces deux personnes disposant d’un passeport diplomatique ont été retenues dans les locaux de ce terminal, sans boire ni manger, parce qu’elles ont refusé, comme l’autorisent les pratiques diplomatiques internationales, que leur véhicule, doté de la plaque diplomatique, soit fouillé.

Au départ, cinq personnes se trouvaient à bord du véhicule diplomatique. Dont un photographe qui eut la malencontreuse idée de laisser son matériel dans la voiture avant d’emprunter la file de contrôle réservée aux non-diplomates. Les agents diplomatiques ayant affirmé que tout ce qui se trouvait à bord de leur voiture leur appartenait, y compris l’équipement du photographe, ils furent immédiatement accusés par les responsables de la sécurité d’être “des menteurs”. Ceux-ci exigèrent alors une fouille complète du véhicule bien que le matériel du photographe ait pu être examiné de fond en comble. La fouille étant contraire aux usages diplomatiques et notamment à la convention consulaire de Vienne de 1963, Mme Hyver s’y est opposée.

Rien n’y a fait. Pas plus les interventions de l’ambassade de France à Tel-Aviv, du consulat général à Jérusalem, du ministère israélien de la défense. Les diplomates ont proposé de sortir tous les bagages. Ce n’était pas suffisant. Un responsable du Shin Bet (sécurité intérieure) n’a cessé d’invectiver les deux diplomates. Les trois compagnons des deux “naufragés d’Erez” ont quant à eux pu finalement franchir la frontière. Vers 23 heures, le terminal a fermé ses portes. Le personnel est parti, laissant les deux diplomates assis sur des chaises en plastique dans un hall puissamment éclairé, sans une goutte d’eau, ni une miette de pain, avec les moustiques pour seuls compagnons. A leur demande, des soldats les ont accompagnés aux toilettes. A 7 heures du matin, après une nuit sans sommeil, il a fallu parlementer longuement avec la nouvelle équipe pour pouvoir accéder à la machine à café. Voyant que la sécurité israélienne n’était pas prête à céder, que la tension montait, Mme Hyver et son compagnon d’infortune ont fini par céder. La voiture fut entièrement vidée, le contenu passé aux rayons X, y compris le courrier diplomatique.

UNE VIOLATION DES CONVENTIONS

Selon les conventions de Vienne qui réglementent les usages diplomatiques et consulaires, les voitures sont assimilées à des locaux et sont donc inviolables. Mais depuis le début de l’année, les Israéliens ont, plusieurs fois, passé outre ces mesures de protection diplomatique. Le consul général de France, Alain Rémy, a ainsi été retenu pendant plus de trois heures, le 25 janvier, au check-point de Bethléem après avoir, lui aussi, refusé d’ouvrir le coffre de la camionnette qui le suivait et transportait des cadeaux de Noël pour des religieuses.

La même mésaventure est arrivée au Père Charles-Eugène Galichet qui, ayant oublié son passeport de service, a été, pendant six heures, empêché de franchir le même check-point puis conduit au commissariat pour un interrogatoire. Enfin, depuis le 28 janvier, le bus scolaire portant une plaque consulaire qui transporte la quinzaine d’élèves palestiniens de Bethléem vers le lycée français de Jérusalem ne peut franchir le même point de passage s’il n’y a pas un diplomate à bord. Sinon, la fouille des cartables est de rigueur. Toutes les protestations et les notes verbales sont restées jusqu’à présent sans effet.

Dalla quarta di copertina sembra una storia valida e avvincente. Il periodo è quello d’oro, insieme alla guerra fredda le guerre calde sono  la materia prima per la spy-story, vera o inventata che sia.  Si può comprare su Bol oppure penso nelle librerie  (in Italia). Il prezzo è di quasi venti euro…

1942. In una gelida notte di dicembre un Focke-Wulf tedesco lancia un paracadutista nella campagna inglese. Il suo compito: sabotare l’industria bellica aeronautica. Il suo nome: Edward Arnold Chapman, noto anche come Edward Edwards, Edward Simpson, Arnold Thompson… emissario dei nazisti col nome di “Fritz”, ribattezzato “Zigzag” dai britannici per cui fa il doppio gioco. Inizia in quella data la carriera di un misconosciuto eroe della Seconda guerra mondiale, ex ladro arruolato come agente segreto dall’MI5: losco e audace, coraggioso e imprevedibile, è un insieme di contraddizioni che conquista per la sua disarmante umanità. Basandosi su una storia vera e su documenti finora top secret, Ben Macintyre delinea un’inedita e affascinante figura di spia; e con la sua prosa veloce e avvincente ci permette di gettare uno sguardo diretto e disincantato sul controverso e spregiudicato mondo dell’intelligence.

Sempre dal Moscow Times

Investigators Arrested in Bribery Case.

17 June 2008Two Interior Ministry officials have been arrested on suspicion of large-scale bribery, the Investigative Committee said Monday.

The Interior Ministry investigators are suspected of trying to extort a 1.5 million euro ($2.31 million) bribe from bankers, committee spokesman Vladimir Markin said in a statement.

A committee spokeswoman who answered the telephone Monday refused to provide further details.

Kommersant on Monday, however, identified the suspects as majors Dmitry Tselyakov and Alexander Nosenko of the Interior Ministry department responsible for fighting organized crime and terrorism.

The target of the extortion was Inkredbank vice president Pyotr Chuvilin, who is also the general director of the Spartak ice hockey club, Kommersant said.

In a May 27 complaint to the Federal Security Service, or FSB, Chuvilin accused Tselyakov and Nosenko of extorting 1 million euros from him last year and another 500,000 euros this year in exchange for “general protection,” Kommersant reported.

The suspects participated in the investigation of illegal banking activities by former VIP bank head Alexei Frenkel, who stands accused of ordering the murder of former Central Bank deputy head Andrei Kozlov, Kommersant said.

Spokespeople for the department where Tselyakov and Nosenko work declined to comment Monday, as did an FSB spokesman.

FSB agents secretly videotaped two middlemen — Lithuanian nationals — accepting bribe money from Chuvilin on June 9 in Inkredbank’s office on Bolshaya Gruzinskaya Ulitsa in central Moscow, Kommersant said.

Tselekov and Nosenko were detained by FSB officers the next day, the newspaper said.

Scritto da Nikolaus von Twickel. Interessante articolo per capire come lavorano i servizi segreti, (vedi le scritte in neretto) forse quando si dice Federal Space Agency si parla del GRU…? a buon intenditor…

A Munich court on Monday convicted a German engineer of selling plans for Western helicopters to a Foreign Intelligence Service agent and handed him an 11-month suspended sentence.

The Munich Higher Court ruled that the engineer, identified as Werner Franz G., was guilty of spying for Russia but granted leniency because he cooperated with the investigation and assisted in the arrest of his Russian contact in Austria last year, the court said in an e-mailed statement.

Prosecutors had asked for a one-year suspended sentence.

Various sources have identified the engineer as Werner Greipl, a former employee of Eurocopter, the helicopter subsidiary of European aerospace giant EADS.

Sources have also identified his Russian contact as Vladimir Vozhzhov, a one-time trade attache at the Russian Embassy in Vienna and former official at the Federal Space Agency.

Vozhzhov was arrested last June in Salzburg, Austria, in a sting operation. Police arrested him outside the city’s train station just seconds after he greeted Greipl, who had arranged the meeting at the investigators’ behest, German and Austrian media have reported.

But Vozhzhov was released and allowed to return home a week later, after a United Nations inquiry found that he had diplomatic status. Vozhzhov had officially traveled to Vienna for a UN conference on outer space, though some conference participants said at the time that they did not remember seeing him in Vienna.

Vozhzhov had paid the German 13,000 euros ($20,000) for information and had promised an additional 21,000 euros, the indictment by German prosecutors said.

The court on Monday also ordered him to pay back the 13,000 euros. When the trial began two weeks ago, Greipl told the court that he was in financial trouble after setting up unsuccessful businesses.

Prosecutors say the engineer handed Vozhzhov documentation on Boeing 234, Augusta 109 and various civilian Eurocopter helicopters in 2005.

While both the Boeing and the Augusta helicopters have military versions, documentation on them is available freely on the Internet. But analysts say agents regularly offer payment for material of no obvious value just to establish good terms with potential sources.

The case against Vozhzhov has been closed “because it is unlikely that he will stand trial in Germany,” a spokeswoman for the German Federal Prosecutor’s Office said by telephone Monday from Karlsruhe.

Meanwhile, prosecutors in Vienna are still investigating a helicopter technician in the Austrian army believed to have originally introduced Vozhzhov to Greipl. The investigation was still ongoing, a spokesman for the prosecution said by telephone Monday from Vienna.

Tale articolo è di  CARLO BONINI… è una lettura trasversale.
WASHINGTON
- Gli spettri della Guerra al Terrore tornano a bussare alla porta di Palazzo Chigi. E questa volta hanno il volto di sei cittadini tunisini e di una giovane donna dai capelli biondi, che si è caricata sulle spalle il loro destino. Adel Al Akimi, Hisham Sliti, Hedi Hamamy, Lofti Bin Ali, Saleh Sassi, Abdel Ben Mabrouk, quarantatré anni il più vecchio, trentotto il più giovane, sono gli “italiani” di Guantanamo. Perché della Tunisia hanno conservato solo il passaporto.

Perché la loro casa, le loro famiglie sono in Italia, dove hanno vissuto per anni, non da clandestini né da ricercati, ma da uomini liberi con un regolare permesso di soggiorno. La donna si chiama Cori Crider. E’ un avvocato americano che si divide tra Londra e gli Stati Uniti dove difende, per “Reprieve”, associazione legale anglo americana, le ragioni di chiunque abbia sceso l’ultimo gradino nella scala dei diritti. In un anno di indagini difensive, ha messo insieme un rapporto di 26 pagine che, ora, accusa il governo di Roma di “complicità nella violazione dei diritti umani” dei suoi assistiti, prigionieri da sei anni nelle gabbie della base navale di Cuba, sfidandolo a sollecitarne il rimpatrio in Italia. Un documento essenziale nella violenza dei suoi dettagli, nella capacità di svelare sul conto dei “Gitmo six” (di cui pure era nota l’esistenza) il destino che li ha travolti, la ferocia della loro prigionia, la violenza psicologica e giuridica sofferta per mano di funzionari del Sismi che ebbero ad interrogarli tra il 2002 e il 2003.
L’11 giugno Cori Crider ha fatto recapitare, insieme al rapporto, una lettera di tre cartelle al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, al ministro di Giustizia Angelino Alfano, a quello dell’Interno Roberto Maroni, a quello degli Esteri Franco Frattini. Si legge: “Egregio Presidente, con mio rincrescimento, devo informarla che le autorità italiane, in piena violazione del diritto internazionale, appaiono complici nella cattura dei sei cittadini tunisini che difendo e negli abusi che hanno subito nell’isola di Guantanamo. Siamo infatti in grado di dimostrare che i detenuti in questione, come del resto la maggior parte di quelli rinchiusi a Guantanamo, hanno raggiunto l’isola di Cuba attraversando lo spazio aereo italiano. Abbiamo inoltre appreso che i sei detenuti sono stati interrogati tra il 2002 e il 2003 da agenti delle forze dell’ordine e dell’intelligence militare italiana, il Sismi, in un periodo cioè in cui gli interrogatori sotto tortura hanno costituito prassi regolare nella prigione. Ciò che è peggio, le informazioni raccolte dagli agenti italiani sono state condivise con i Servizi americani e con il regime tunisino, consentendo che nel loro paese di origine, la Tunisia, i miei assistiti venissero in tal modo condannati in absentia a lunghe pene detentive prive di qualsiasi base giuridica, ma tali da impedire oggi il loro rientro in quel Paese”.

Al governo italiano viene prospettata un’alternativa: “I miei assistiti - prosegue la lettera - hanno trascorso gli ultimi sei anni in un Inferno che avrebbe reso orgoglioso Dante. E, oggi, rischiano di precipitare in un girone ancor più terribile, quello della detenzione e della tortura in Tunisia. Dunque, riteniamo che il governo italiano, come già accaduto in Germania e Spagna, possa compensare i danni già arrecati ai sei cittadini in questione rimpatriandoli in Italia, dove erano regolarmente residenti. Qualora questo non avvenga, l’Italia, alla luce di quanto previsto dalla Convenzione internazionale contro la tortura, sarà ritenuta giuridicamente responsabile di quanto sin qui accaduto e di un’eventuale consegna dei miei assistiti alla Tunisia”.

Il governo italiano non ha dato alcun cenno. A Palazzo Chigi, la questione deve apparire evidentemente di nessuna rilevanza né diplomatica, né giuridica. A dispetto della macchina “risarcitoria” che uno studio legale anglo-americano è in grado di mettere in moto. A dispetto delle implicazioni politiche che il rapporto documenta e che fanno dell’affare una questione assai seria.

Le storie di Adel Al Akimi, Hisham Sliti, Hedi Hamamy, Lofti Bin Ali, Saleh Sassi, Abdel Ben Mabrouk si somigliano come gocce d’acqua. Vivono in Italia per molti anni. Chi a Bologna (Adel), chi a Milano, chi a Torino (Saleh). Ottengono il permesso di soggiorno e per ragioni diverse lasciano il Paese nei mesi precedenti l’11 settembre. Chi per raggiungere il Pakistan (Adel qui si sposa e qui mette incinta la moglie di una bambina che ha oggi sei anni e che lui non ha visto nascere). Chi l’Afghanistan (Hisham, che tenta di liberarsi della dipendenza dall’eroina, raggiunge il cugino che ha aperto una macelleria).

Con l’inizio delle ostilità, vengono catturati dall’esercito pachistano e venduti all’intelligence americana come “pericolosi terroristi di Al Qaeda” (Hisham ha la pessima idea di allungare 20 dollari a un tassista afgano perché gli faccia superare il confine con il Pakistan. E il tipo lo consegnerà per 5.000 alla prima pattuglia americana). Arrivano tutti a Guantanamo tra il gennaio del 2002 e il febbraio del 2003. A bordo di aerei che fanno regolarmente scalo nella base americana di Incirlic, Turchia. Si legge nel rapporto: “I piani di volo ottenuti dalle autorità aeronautiche spagnole e portoghesi ci consentono di dire che è altamente probabile che gli aerei in questione, come del resto almeno altri 28 voli carichi di prigionieri diretti a Cuba, abbiano attraversato lo spazio aereo italiano, con il permesso delle autorità di governo e in piena violazione delle leggi italiane ed europee”.

E’ un problema. Ma non il solo. Perché quando, nel maggio scorso, l’avvocato Cori Crider ha finalmente accesso ai suoi clienti nelle gabbie di Guantanamo, le loro testimonianze illuminano quale sia stato, tra il 2002 e il 2003, il lavoro condotto a “Camp Delta” non solo dai nostri agenti di polizia e dai militari dei carabinieri (la circostanza era nota), ma dai funzionari del Sismi, la cui presenza sull’isola era rimasta sino ad oggi segreta. Evidentemente per dissimulare la piena consapevolezza che Palazzo Chigi aveva di quanto accadeva a Guantanamo nei suoi giorni più bui.

Racconta Adel Al Akimi: “La prima volta venni ascoltato da sei uomini della polizia italiana e la conversazione fu civile, perché scoprii che uno dei poliziotti, un napoletano, era parente del mio amico Giovanni, il proprietario della “Trattoria la Mela” di Bologna, dove avevo lavorato per anni. Quando ci salutammo i poliziotti mi dissero di non preoccuparmi. Perché era chiaro che non avevo fatto nulla e che sarei tornato a casa presto. Mesi dopo, però, arrivarono altri italiani che mi dissero di essere del “Servizio”". Sono due funzionari del Sismi.

Adel ne ricorda le fattezze e i modi: “Uno alto e uno basso, con i capelli grigi. Giocavano al buono e al cattivo. Quello alto mi consolava, quello basso mi riempiva di accuse e di apprezzamenti razzisti. Ricordo che mi disse: “Sei qui perché vuoi creare lo Stato islamico e conquistare l’Occidente”. E quando mi lamentai delle torture che subivo, rispose: “Lo so come vanno le cose qui”".

A Hisham Sliti va peggio. Il suo regime di detenzione è infernale. I suoi carcerieri gli vietano per mesi indumenti puliti (“mi diedero da indossare le mutande sporche di un altro prigioniero”), lo picchiano se accenna un gesto di ribellione. “King Kong”, il più violento tra gli americani che lo interroga, lo sfregia scaraventandogli sul volto un frigorifero portatile. E così, quando arriva la visita degli italiani, il disgraziato crede si sia accesa una luce. Hisham non ricorda con esattezza se fossero carabinieri o polizia. O, almeno, soltanto carabinieri o polizia.

Ricorda solo due cose: “Dopo avermi interrogato e mostrato un album di fotografie, mi dissero che ero proprio “un nessuno”. E ricordo uno di loro, basso, con un’uniforme della Marina militare italiana (il che lascerebbe pensare a un militare del Sismi ndr) che nel congedarsi mi disse “Fatti i cazzi tuoi”". I “cazzi suoi” Hisham se li è fatti e da Guantanamo non si è mosso. Mentre una corte tunisina lo condannava a 40 anni sulla scorta delle informazioni raccolte nella sua gabbia.

Il copione si ripete con Hedi Hamamy. I due funzionari del Sismi gli fanno visita nel febbraio del 2003, questa volta accompagnati da un americano che assisterà in silenzio all’interrogatorio e al commiato che lo chiude: “Quello dei due italiani che sembrava il capo, mi disse: “Qui dentro ci resterai finché non metti i capelli bianchi”". Hedi, oggi, ha 39 anni e a 10 lo ha condannato una corte tunisina.


Dopo sei anni, per il Dipartimento della Difesa americano, i “Gitmo six” sono inutili zavorre. Privi quali sono, ormai, di qualsiasi valore di intelligence. Oggi, gli avvocati di “Reprieve” renderanno disponibile on line il rapporto sul loro caso.

Come mi è capitato di leggere spesso sui giornali inglesi quando vivevo a Londra, i servizi segreti inglesi o qualcuno che dipende per loro tende a dimenticarsi sui treni segreti di stato importantissimi…Che lo facciano apposta?

 

“…A further batch of secret government files have been found on a train, it was reported tonight.

The Independent on Sunday newspaper said that the papers, which were handed in to it, covered the UK’s policies on fighting global terrorist funding, drugs trafficking and money laundering.

The paper said that they were discovered on a train bound for London’s Waterloo station on Wednesday.

The documents apparently include briefing notes for a meeting of the international Financial Action Task Force to be held in 11 Downing Street next week.

They contained details of how trade and banking systems could be manipulated to finance illicit weapons of mass destruction in Iran.

They also discussed methods of terrorist funding and the potential fraud of commercial websites and international internet payment systems.

A Treasury spokesman said: “We are extremely concerned about what has happened and we will be taking steps to ensure that it doesn’t happen in the future.”

The papers were found on the same day that another batch of secret papers relating to intelligence assessments of Iraq and al-Qaida were handed to the BBC after being left by a senior official on a train.

Government sources last night played down suggestions the two incidents were linked.

The Independent on Sunday said it had returned the documents and would not be divulging any details contained in them. …”

“…Hitler? Lasciamo fare. Così scriveva Ian Fleming, l’inventore di 007 (che da agente segreto di Sua Maestà avrebbe poi maturato un odio profondo per la Germania nazista), in una lettera pubblicata dal Times il 28 settembre del 1938, giorno dell’incontro di Monaco fra i primi ministri di Francia e Regno Unito, il Führer e il Duce. Undici mesi prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale, il creatore della spia più famosa della storia della letteratura difendeva la politica di appeasement con la Germania ed era convinto che se Hitler voleva ripristinare i confini tedeschi del ’14 sarebbe stato meglio evitare la guerra. La lettera è riemersa dall’archivio elettronico del quotidiano. Proprio roba da spie. …”