Archive for September, 2008

Il curatore di Thrillermagazine, riporta un interessante articolo su questa novità: I servizi segreti del Vaticano di  David Alvarez (Newton Compton, Controcorrente 44) 352 pagine — ISBN 978-88-541-1355-8 — Euro 9,90″….Nelle pagine di I servizi segreti del Vaticano in uscita il 3 ottobre 2008 edito da Newton Compton, si possono incontrare leader mondiali, più o meno noti, e professionisti dello spionaggio, preti di dubbia reputazione e informatori al soldo di potenti signori. Basato sui documenti diplomatici e sui dossier dei servizi segreti inglesi, francesi, italiani, spagnoli, americani e vaticani — fra cui alcune carte che il Vaticano si è affrettato a sigillare dopo che l’autore le aveva consultate — I servizi segreti del Vaticano svela i complotti e gli intrighi che coinvolsero le più alte cariche della Santa Sede: il risultato è un’opera che rivela gli aspetti più oscuri della storia pontificia e della diplomazia internazionale, senza rinunciare a critiche argute sulle debolezze del mondo spionistico. …”
Abbiamo ‘rubato’ dal sito del Guardian, questa bella foto presa sul set del nuovo 007. Sembra tra l’altro, che parte di questo nuovo 007, sia ambientato nel Bel Paese.  ”…Ukranian actor Olga Kurylenko plays the feisty Camille, a character Forster said was created as a “mirror image” of Bond. She too has suffered at the hands of the mysterious organisation which was involved in the death of 007’s lover Vesper Lynd in Casino Royale…” Dal Guardian.co.uk, e la foto è proprietà della Sony.
 - L’Fbi amplia le indagini sulla crisi subprime e accende il faro su Fannie Mae, Freddie Mac, Aig e Lehman Brothers per verificare se parte dei problemi delle quattro società sia legata in qualche modo a un’eventuale frode. A 13 mesi dallo scoppio della crisi, innescata nel luglio 2007 dal fallimento di due hedge fund di Bear Stearns, le società oggetto di indagine da parte della polizia federale sono 26, che si vanno ad aggiungere ai 1.400 casi di frode potenziale sui mutui che le autorità stanno perseguendo a livello nazionale. Le indagini su Fannie, Freddie, Aig e Lehman sono ancora preliminari e si focalizzano sui vertici delle società che potrebbero essere, almeno in parte, responsabili della sorte delle aziende. Fannie, Freddie e Aig sono state, con una mossa a sorpresa, praticamente nazionalizzate da parte del governo. Mentre Lehman è l’unica ad essere fallita a causa della crisi. “Queste inchieste si inseriscono negli sforzi per verificare eventuali casi di frode ai massimi livelli”, spiegano alcuni rappresentanti della polizia federale. L’ampliamento delle indagini arriva mentre il Congresso è impegnato a discutere ed eventualmente approvare il piano salva-finanza da 700 miliardi di dollari messo a punto dall’amministrazione Bush. Un piano che, nonostante il pressing del Tesoro, della Fed e della Casa Bianca, continua a non convincere il Congresso. Durante la crisi delle casse di risparmio di 20 anni fa, e il conseguente salvataggio messo a punto del governo, la polizia federale avviò indagini su 600 casi con oltre 1.000 persone che finirono direttamente indagate. Ma essendo la crisi attuale più complessa - spiegano rappresentanti dell’Fbi - è difficile paragonare le indagini avviate allora a quelle attuali. Le indagini dell’Fbi sulla crisi in corso hanno portato finora all’arresto di qualche nome eccellente: in manette sono infatti finiti i due gestori degli hedge fund di Bears Stearns, Ralph Cioffi e Matthew Tannin, che hanno provocato poi l’effetto domino sul mercato, dichiarando l’avvio della crisi. L’indagine dell’Fbi si è aperta in marzo e, finora, ha già portato alla condanna di 173 persone su 283 arresti e 406 incriminazioni.
SPIA PER CASO
Se tutti gli agenti segreti fossero come W. Somerset Maugham probabilmente la Gran Bretagna avrebbe contato meno nello scacchiere della storia. Ma forse i danni sarebbero stati minori. Adelphi manda in libreria Ashenden o l’agente inglese (tr. it. F. Salvatorelli, 19 euro). Basterebbe un passaggio della premessa per capire per quali sentieri ci si incammina: “Nel 1917 andai in Russia. Mi mandarono per impedire lo scoppio della rivoluzione bolscevica e mantenere il paese in guerra. Il lettore sa già che i miei sforzi non ebbero successo”. Quando si dice lo humour. Ashenden è un uomo disincantato, portatore di una scala di valori forgiata attraverso la follia degli uomini che “hanno sempre trovato più facile sacrificare la vita che imparare la tavola pitagorica”. Ashenden agisce poco, al limite osserva e prende nota. Quando è costretto a decidere si affida al caso, al lancio di una moneta. E’ difficile chiedere a uno spettatore di diventare un attore. Ma intanto fotografa tutti: burocrati svizzeri, logorroici affaristi inglesi, donne russe che sembrano uscite da Anna Karenina, situazioni senza nessun senso che sembrano scritte dall’amato Ibsen, il ripetersi della realtà che, nonostante il lavoro che fai, i posti che vedi, le missioni che ti affidano, gira poi in fondo sempre noiosamente identica. E dietro a questa, per quanto cinico cerchi di diventare, a Maugham resta sempre una grande pena per la sofferenza che gli passa sotto gli occhi.

IL NOSTRO UOMO
L’isola di Pascali di Barry Unsworth (tr. it. L. Merlini, Passigli, 14,50 euro) divenne un film con Ben Kingsley alla fine degli anni Ottanta. Parla di spie. Non alla James Bond, ma un po’ più scalcagnate in stile Il sarto di Panama o Il nostro agente all’Avana. Ma con meno ironia. Anzi, con più disperazione. In un’isola greca all’inizio del Novecento mentre sta crollando l’impero ottomano un oscuro informatore del sultano redige il suo ultimo rapporto. Con la speranza che almeno questo venga letto e apprezzato da Sua Eccellenza. Descrive l’arrivo sull’isola di un signore inglese sedicente archeologo. Lo aggancia, lo pedina, perquisisce la sua camera d’albergo e trova una pistola. Chi è quell’uomo? Che cosa è venuto a fare? Potrebbe essere lui la svolta professionale che gli farà lasciare quest’isola sperduta per tornare a Costantinopoli? Ma mentre il mondo si affanna tra imperi che collassano, ribelli che si armano e nuove divisioni politiche che stanno per tagliare il Mediterraneo, il potere non ascolta. Il sultano è inavvicinabile e il suo scrivano, come quasi sempre avviene nelle vicende umane, sta correndo incontro a un destino che non aveva messo in conto.

Stefano si Marino, caposcuola della Spy Story all’italiana, spiega com’è lo spionaggio letterrario oggi su Panorama.it. 

Da Repubblica: Le Carrè traditore?

| September 15th, 2008
Ecco, qui, copiato di sana pianta da Repubblica, che a sua volta lo ha saputo dal Sunday inglese, una curiosa notizia sullo scrittore di spionaggio più famoso di tutti i tempi. Lo scrittore inglese, ex agente segreto del MI6, rivela che in passato pensò di disertare in Unione Sovietica. E’ forse il fascino maledetto dell’URSS scomparso, che ritorna come un fantasma? 

Le Carré: “Quando volevo diventare la spia che venne dal freddo” 

Lo ha confessato al Sunday Times: “C’è stato un periodo 

in cui ero molto tentato di oltrepassare la cortina di ferro” 
  I doppiogiochisti non dovrebbero essergli molto simpatici: a causa di uno di essi dovette bruscamente concludere la sua carriera di agente segreto (sebbene, col senno di poi, ci guadagnò); e ne tracciò in seguito, forse anche per vendicarsi, uno spietato ritratto in uno dei suoi romanzi più belli, “La talpa”. Eppure John Le Carré, lo scrittore di thriller di spionaggio più famoso del mondo, fu tentato a sua volta di “passare dall’altra parte”, di compiere una defezione e andare a rifugiarsi tra le braccia del nemico, nell’Unione Sovietica comunista. Accadde durante la guerra fredda, quando usava ancora il suo vero nome, David Cornwall, si trovava in Europa al servizio dell’MI6, il servizio di spionaggio di Sua Maestà britannica, e non aveva ancora iniziato la sua prodigiosa carriera di scrittore. Benché le sue idee siano oggi dichiaratamente di sinistra, non fu l’ideologia a fargli desiderare di lasciare l’Occidente per il fronte opposto, bensì semplicemente la sua onnivora curiosità: “Mi sarebbe piaciuto sapere com’era veramente la vita al di là della cortina di ferro”. La sorprendente rivelazione è il frutto di una lunga intervista a Rod Liddle, un giornalista del Sunday Times che è andato a trovare lo scrittore nella sua casa in Cornovaglia, isolata su una collina a strapiombo sul mare, dove vive da molti anni.   L’atmosfera potrebbe essere quella di uno dei suoi romanzi. E’ il crespuscolo, ma Le Carré preferisce non accendere la luce dello studio: i due uomini rimangono a parlare nella semi oscurità, centellinando Calvados. Lo scenario si adatta a una confessione. Quando Le Carrè glielo dice, il giornalista è quasi incredulo: “Lei ebbe veramente questa tentazione?”, gli domanda. “Sì, c’è stato un tempo in cui l’ho avuta, è così”, risponde lo scrittore.  “Per ragioni ideologiche, come gli altri che lo fecero, Philby, Blunt, Maclean?”, lo incalza il cronista, snocciolando i nomi dei tre più celebri agenti segreti britannici che tradirono la patria per defezionare in Urss. “Oddio, no, non l’avrei mai fatto per ragioni ideologiche”, risponde Le Carrè. ”Allora perché”, chiede e si chiede il suo interlocutore, “non certo per denaro, immagino”. Ed ecco la spiegazione: “Ebbene, è che quando fai la spia scruti intensamente ciò che accade nel campo avverso e così facendo ti avvicini sempre di più al confine. Sembra che ci voglia soltanto un piccolo passo per passare di là e, in tal modo, scoprire com’è davvero”. Laureato a Oxford nel 1956, poi insegnante per due anni a Eton, la scuola dei re e dei premier, Le Carré era entrato nel corpo diplomatico nel 1959 e fu inviato in Germania e in altri paesi del continente, appunto lungo la “cortina di ferro”. Ben presto smise di fare semplicemente il diplomatico e venne reclutato dal servizio segreto, di cui faceva ancora parte quando, nel 1961, scrisse il suo primo romanzo. A quel punto un altro 007 britannico, Kim Philby, defezionò sul serio, accolto con tutti gli onori a Mosca, dove rivelò una lunga lista di agenti britannici in Europa, trai quali anche Le Carré, che ebbe una ragione di più per lasciare il servizio.  Lo scrittore fa in proposito un’altra rivelazione: nel 1987, tramite un intermediario russo, gli fu offerto di incontrare Philby. Sarebbe stata un’occasione unica per uno scrittore di spionaggio. Ma Le Carrè rifiutò. “Dissi di no. Non avrei potuto farlo. Philby era responsabile di avere fatto uccidere innumerevoli agenti britannici, una quarantina soltanto in Albania. Non potevo andarci a cena come niente fosse”. Tuttavia, nel colloquio col giornalista del Times, lo scrittore si lascia sfuggire che, ripensandoci ora, forse avrebbe fatto meglio ad accettare l’invito: l’opportunità di incontrare Philby (morto nel 1988) avrebbe potuto far passare in second’ordine le ragioni morali. Chissà se, in modo analogo, l’autore de “La spia che venne dal freddo” si interroga se avrebbe fatto bene a seguire la tentazione di fare come Philby e fuggire anche lui a Mosca. Il successo mondiale che ha ottenuto con i suoi romanzi, la fama, la ricchezza, inducono a dubitarne. Ma nella vita come nei suoi libri, Le Carré raramente divide la realtà in bianco e nero, verità e menzogna, giusto e ingiusto: è più attratto dalla zona grigia intermedia, dove azioni e decisioni hanno contorni più complicati, imprecisi. Non a caso, nella bella intervista che Irene Bignardi gli ha fatto qualche giorno fa per Repubblica, in occasione dell’uscita del suo ultimo romanzo “Yssa il buono”, lo scrittore riconosce di avere nostalgia della guerra fredda: “Perché a quei tempi avevamo delle speranze per quando sarebbe finita e perché i contendenti si muovevano grosso modo all’interno dello stesso sistema culturale”. Di sicuro, uscito dalla sua penna, anche “La spia che venne dal caldo” sarebbe stato un romanzo straordinario: ma difficilmente gli zar del Cremlino glielo avrebbero lasciato scrivere.

“Una vita da spia”

| September 11th, 2008
Stamattina, sulla TV nazionale, stanno intervistando Emilio Randacio, che ha scritto “Una vita da spia”, Bur, pagine 178, euro 9,50. 

“…Capitolino, sportivo, una passionaccia per “le arti marziali”, piuttosto destrorso, ma soprattutto con in testa “idea fissa: diventare un servitore dello Stato”. Così l’incipit dell’avventurosa storia di Marco  Bernardini, ventisei anni nel millenvecenottantaquattro, quando entra in contatto con le barbe finte. Il nostro, che ora racconta le sue peripezie di ex al giornalista Emilio Randacio, nel libro Una vita da spia, edito dalla Bur, non ha pregressi né maniglie particolari;  quindi impiega un po’ più del dovuto per farsi reclutare nel mondo segreto. Dopo il primo approccio il più è fatto e il resto fila abbastanza liscio.

Il debutto è nelle vesti dell’infiltrato fra gli assidui del  Collettivo di Medicina  di via dei Volsci, una sorta di Car per OO7 in erba. Bernardini che ha scelto il nome di copertura di Brigida, parla delle dure regole dell’apprendistato, quando spiega che bisogna “dimostrare di essere svegli, affidabili,utili alla causa. E Brigida per ottenere quel posto è pronto a tutto”. Bernardini con gli autonomi romani va a nozze. Allora all’intelligence cominciano a guardare al giovanotto con occhi diversi. “Nel marzo del 1985”, scrive  Randacio, “il Sisde si impegna a istruire Marco Bernardini sui vari movimenti in odore di terrorismo… Gli consigliano di leggere il Manifesto di Marx. E’ un primo passo per capire il pensiero di chi andrà a controllare” . Intanto iniziano “le lezioni sulle differenze di ideologia tra brigate rosse e Partito comunista combattente” e non solo negli incotri addestrativi non ci si limita alle “anime italiane”, gli agenti, infatti, “erudiscono Brigida anche sui movimenti del Magreb, o sugli indipendentisti baschi dell’Eta o di Sandero luminoso…”. E via discorrendo. Bernardini  racconta di mimetizzazioni, delle tecniche del caso  e di come durante un soggiorno coperto a Cuba abbia potuto partecipare a un corso per rivoluzionari stranieri. Curioso il versante pratico di questa singolare scuola quadri. L’istruttore si sofferma sull’utilità di “mimetizzarsi nel tessuto” attraverso una serie di esempi concreti,  eccoli: “Se tu vai a Milano, la prima cosa da fare è  girarla a piedi. Fondamentale imparare la topografia. Indispensabile è adeguarsi al modo di fare delle persone del posto”. Eppoi ancora sempre l’ineffabile istruttore caraibico spiega “come le abitudini dei romani, ad esempio, siano diverse da quelle dei milanesi. Per la strada la gente cammina più lentamente, dipende dal ritmo della città e dal clima. A Milano fa più freddo”. Grazie a questi piccoli accorgimenti, in linea con le abitudini indigene, “ci si mimetizza meglio nell’ambiente. Una camicia a fiori a Roma risalta molto, anche l’abbigliamento va adattato”. E’ sempre il solito cubano a suggerire “di portare la barba e i capelli lunghi. In caso si finisse sulla lista dei ricercati, tagliarli sarà più facile che farli crescere”. E’ la logistica empirica dei frequentatori del mondo occulto. Una logistica fatta spesso di norme spicce e soprattutto che non conosce frontiere. Una vita da spia entra nel privato del protagonista e spiega come durante l’arruolamento sia praticamente ridotto ai minimi termini. Niente a che vedere con James Bond: belle donne poche, champagne meno. In realtà il giorno dopo giorno dello OO7 medio ha qualcosa di certosino oltre a un forte tratto maniacale. E’ esistenza talora al limite, ma più spesso di routine. Ma a un certo punto, piuttosto indecifrabilmente, Bernardini perde appeal ed esce di scena. Allora emigra sul versante privato. Il suo nome diventa di dominio pubblico con lo scandalo Telecom e le intercettazioni abusive di Giuliano Tavaroli. A quel punto ogni vincolo di riservatezza va a farsi benedire e i panni sporchi possono così finire in piazza.

Emilio Randacio, Una vita da spia, Bur, pagine 178, euro 9,50.  …”

Abbiamo tratto l’articolo da: http://www.wikio.it/news/EMILIO+RANDACIO

Come sempre, gli israeliani sono più ‘pragmatici’ della vecchia Europa che si ritrova a indugiare senza veramente assumere una posizione contro o a favore. Tutte cose già vista in altre epoche, lontane pochi decenni, ma che la Politica sembra aver dimenticato. Siamo veramente in un’epoca senza memoria e senza identità e senza coraggio. Ma c’è anche un altro problema, a nostro avviso più generalizzato: chi ha veramente ragione? Da che parte è la verità? Chi può scagliare la prima pietra? Anche se nel campo politico, più che di verità, forse si dovrebbe parlare di ragion di stato machiavellica…  che oggi si traduce in ‘economica’. Vedi i problemi nel Caucaso, Europei e Americani con la coda di paglia! Bravi a parole, ma poi a Mosca ci ridono dietro. Ci vorrebbe un Winston Churcill…

Nel 1960 andò in Argentina per acciuffare Adolf Eichmann, portarlo in Israele e farlo condannare a morte. Oggi sarebbe pronto ad ordinare la cattura del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad per consegnarlo al tribunale dell’Aia e chiederne l’incriminazione per reati contro l’umanità. A 81 anni suonati Rafi Eitan, l’ex agente e capo del Mossad nominato da Ehud Olmert ministro delle Pensioni, non rinuncia alle vecchie abitudini. A tirargli fuori gli arditi propositi ci pensano i giornalisti del settimanale tedesco Der Spiegel arrivati in Israele per rinverdire i racconti delle antiche imprese argentine. 
Una settimana fa l’anziano ministro aveva contribuito a riaccendere l’interesse sul rapimento di Eichmann raccontando la difficile decisione presa dalla sua squadra quando si ritrovò costretta a rinunciare alla cattura di Josef Mengele, il criminale nazista conosciuto come «l’angelo della morte» di Auschwitz, per non compromettere il rapimento e il trasferimento in Israele del cosiddetto «architetto dell’Olocausto». L’arzillo Eitan parlando con i giornalisti tedeschi non si limita a svelare i retroscena della spedizione di 48 anni fa, ma arriva a teorizzare la necessità di continuare a pianificare e mettere a segno iniziative clandestine di quel tipo. «Anche se quell’era è finita - spiega - quelle operazioni non possono essere considerate soltanto come ricordi del passato». Così quando gli viene chiesto un esempio concreto non ha esitazioni nel pronunciare il nome del presidente iraniano. «Sarebbe ottimo - spiega il ministro - se dei capi di Stato come il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad si ritrovassero all’improvviso davanti alla Corte internazionale dell’Aia». Quando gli viene chiesto di confermare quelle parole Rafi Eitan non si tira indietro. Sorvolando sul fatto che non esistono a tutt’oggi né un formale atto d’accusa contro Ahmadinejad, né un mandato di cattura internazionale firmato dal Tribunale dell’Aia, il ministro israeliano si dice assolutamente convinto della bontà dei propri propositi. «Chi semina veleno e sogna di sradicare altri popoli - sottolinea Rafi Eitan - deve vivere con la paura di poter subire certe conseguenze». 
Mentre il ministro israeliano sogna di rapire Ahmadinejad, in Russia i dirigenti di Atomstrojexport, la società di stato che ha costruito la centrale nucleare iraniana di Bushehr, pianificano la fase finale dei lavori e annunciano l’accensione del reattore nucleare entro la fine dell’anno. L’avvio del reattore renderà «irreversibile», a detta di Leonid Reznikov presidente di Atomstrojexport, la messa in funzione della centrale di Bushehr segnando di fatto l’inizio dell’era nucleare iraniana. Secondo la società russa l’avvio del reattore sarà deciso questo mese, in un incontro tra funzionari nucleari russi e iraniani, ma Teheran ha già annunciato di non voler attendere oltre l’autunno.

Yssa il buono di John le Carré

| September 9th, 2008
Chi è lo sconosciuto gracile e male in arnese, avvolto in un cappottone nero, in cui Melik, immigrato turco di seconda generazione nato ad Amburgo, continua a imbattersi? Dopo l’11 settembre la vita del giovane, devoto musulmano e promessa della boxe, soffre di equilibri precari, e lui farebbe di tutto pur di non cacciarsi nei guai. Ma sua madre Leyla, che considera un dovere prestare aiuto a un compagno di fede, decide di dare ospitalità allo straniero.
A poco a poco lo strano ragazzo, che dice di chiamarsi Yssa Karpov, rivela di essere un profugo ceceno fuggito da un carcere russo e di essere entrato in Germania clandestinamente con la ferma intenzione di studiare medicina, grazie anche all’aiuto che gli verrà fornito da Tommy Brue. Peccato che Brue, di origini scozzesi e proprietario della banca di famiglia che porta il suo nome, non abbia idea di chi lui sia. Il ceceno, però, è in possesso di una misteriosa parola d’ordine capace di ridestare improvvisamente il passato: “lipizzano”. Quando Brue sente questo termine per bocca di Annabel Richter, un avvocato specializzato nell’assistenza agli immigrati a cui Yssa si è rivolto, sa che non si riferisce alla nobile razza di cavalli di origine slovena. Lipizzano è la parola in codice con cui suo padre indicava ingenti e loschi capitali travasati dall’Unione Sovietica nelle casse della sua banca.
Ma l’enigmatico Yssa sembra nascondere anche qualcos’altro: a lui, infatti, sono interessati i servizi segreti inglesi e tedeschi. Mentre gli americani sembrano semplici osservatori. Profondo conoscitore della situazione politica internazionale, John le Carré torna con una storia emozionante e attualissima, che tocca questioni e temi di primo piano come i capitali della nuova Russia, i flussi migratori verso l’Europa, la tutela dei diritti nella civiltà globale. In Yssa il buono, il maestro della spy story si confronta con gli aspetti più ambigui della contemporaneità, ponendo l’accento sulle contraddizioni delle grandi democrazie occidentali e sull’arroganza del potere nei confronti dei più deboli.   

Mondadori presenta “Spie”

| September 3rd, 2008
Gli autori sono  Giorgio Boatti, Giuliano Tavaroli. Uno è un giornalista che già ha scritto di spie e spionaggio. L’altro personaggio non ha bisogno di presentazioni. Il libro è un cartonato con sovracoperta e costa 18 euro e 50 centesimi. Buona lettura

Come si combatte la guerra sorda e sommersa che vede ogni giorno schierate le multinazionali nel tentativo di imporsi su nuovi mercati? A chi si affidano le grandi holding per individuare i piani dei concorrenti, per disporre di informazioni tempestive su nuovi prodotti, per smascherare dipendenti infedeli e manager corrotti, per affrontare le emergenze che scoppiano sui diversi scacchieri internazionali coinvolgendo pesantemente le proprie diramazioni produttive ed economiche? Quali strutture di sicurezza sono chiamate in campo quando si tratta di difendere know-how industriali top secret e piani di ricerca e sviluppo riservatissimi, da cui dipende la sopravvivenza stessa di un’impresa? Come ci si tutela dagli infiltrati al soldo degli avversari? In questo libro a due voci, Giorgio Boatti, giornalista e storico, autore di diversi saggi sullo spionaggio, e Giuliano Tavaroli, uno dei maggiori professionisti del nostro paese in tema di security, con un lungo tragitto professionale dall’Italtel alla Pirelli alla Telecom, danno risposte puntuali a queste domande, svelando per la prima volta una realtà mai raccontata: quella delle strutture di intelligence e di sicurezza aziendale che operano al servizio delle grandi imprese. Strutture che si giovano dell’esperienza di alcuni ex agenti dei nuclei speciali antiterrorismo che, vinto il confronto con le Brigate Rosse e con Prima Linea negli «anni di piombo», contribuiscono a innovare gli apparati informativi e di sicurezza mobilitati nelle contrapposizioni tra i giganti dell’economia, della finanza, delle telecomunicazioni, dei media. Da Hong Kong all’Indonesia, dal Venezuela alla Turchia, Tavaroli descrive alcune operazioni riservate, vere e proprie azioni da 007, condotte silenziosamente dentro la nostra quotidianità, che hanno sconfitto clamorosi tentativi di spionaggio industriale, protetto stabilimenti minacciati da sommosse politiche, difeso manager nel mirino della criminalità organizzata. E sbaragliato concorrenti che erano ricorsi al gioco duro - fatto di pedinamenti, dossieraggi e controlli telefonici - per impedire a imprese italiane di entrare in nuovi e decisivi mercati. Un libro che affronta anche la questione delle intercettazioni telefoniche, che ha portato in primo piano, oltre all’uso spregiudicato delle trascrizioni da parte dei media, la confusione legislativa in vigore, alimentando polemiche generate da un potere politico incapace di imporre poche e chiare regole. E che mostra come la lotta per il controllo delle informazioni coinvolge non solo la sicurezza del paese e delle aziende ma la nostra stessa privacy.