Archive for March, 2009

La storia del film ruoterà intorno a Edwina A. Salt, un’agente della CIA accusata di essere una spia russa. Dovrà sfuggire alla cattura nel momento in cui i suoi superiori penseranno che lei intende uccidere il presidente degli Stati Uniti. Mentre tenterà di tenere unita la sua famiglia, dovrà anche trovare il vero traditore.Il film dovrebbe essere già in lavorazione. Inizialmente, il protagonista doveva essere uno ’spio’, meglio una ’spia’ come Angelina, forse?

Il corriere.it riporta questo curioso articolo che, a nostro modesto avviso, sembra quasi un messaggio a qualcuno, più che una gustosa nota di colore sulla guerra fredda. Personalmente, anche un cieco vedrebbe che le foto dei due, anche a distanza di anni, che dovrebbero rappresentare la stessa persona, non ritraggono in realtà le stesse persone. Che sia, appunto, invece un messaggio attuale in codice comune, tra servizi segreti che vogliono comunicarsi qualcosa? Tra l’altro, l’evento fu immortalato da uno scatto di PETE SOUZA, fotografo ufficiale di Obama…ma ecco riportiamo l’articolo del Corriere.

«Ecco l’agente Kgb Putin:
finto turista con Reagan a Mosca»

Alcune riviste internazionali: «L’uomo con la macchina fotografica è l’attuale premier russo»

MILANO - Il “turista” Vladimir Putin assieme a Ronald Reagan sulla Piazza Rossa. Non è un film di fantapolitica, ma ciò che accadde nella primavera del 1988 quando l’allora presidente degli Stati Uniti D’America incontrò a Mosca il premier comunista Mikhail Gorbaciov e s’intrattenne in una conversazione con alcuni cittadini dell’Unione Sovietica. Tra questi c’era anche un giovane biondo, con una macchina fotografica al collo che assieme ad altre persone pose al presidente americano delle domande sullo stato dei diritti umani negli Stati Uniti. Secondo il magazine Foreign Policy e altre testate internazionali quell’uomo non era altro che Vladimir Putin, attuale primo ministro russo, che camuffato da turista passato lì per caso, era invece in missione come agente del Kgb. Probabilmente il servizio segreto sovietico aveva preparato tutta quella messa in scena per mettere in difficoltà il politico conservatore. L’evento fu immortalato da uno scatto di Pete Souza, attuale fotografo ufficiale di Barack Obama e al tempo reporter al seguito del presidente Reagan.

AGENTE SOTTO COPERTURA - L’immagine mostra in primo piano Reagan che stringe la mano a un bambino russo. Alle sue spalle si scorge l’agente sotto copertura Putin. In quel periodo, capitava spesso durante le visite dei capi di stato stranieri, soprattutto di quei paesi che non erano nell’orbita comunista, che gli agenti del Kgb si fingessero passanti o turisti, ponendo domande ai leader internazionali. Era un modo per impressionare i politici stranieri e dimostrare quanto fosse “aperta” e civile la patria del socialismo reale. Il fotografo Souza intervistato da National Public Radio ha dichiarato che rimase stupito dalle domande formulate dai turisti e chiese a un agente segreto americano che era nei paraggi: «È incredibile che i turisti in Unione Sovietica facciano domande così difficili al Presidente». La spia tagliò corto: «Non sono turisti, sono tutti parenti di spie russe».

SMENTITA - A poche ore dalla diffusione della foto, puntuale è arrivata la smentita da Mosca attraverso Andrey Piontkovsky, analista politico e biografo dell’attuale primo ministro russo. Lo scrittore ha affermato che quel “turista” biondo non può essere Vladimir Putin: «Al tempo Putin era un maggiore di stanza a Dresda», ha dichiarato Piontkovsky. «Non aveva un ruolo così centrale nel servizio segreto da poter essere spedito a Mosca ».

Francesco Tortora
19 marzo 2009

18 mars 2009

Depuis quelques jours, Wikipédia affiche l’organigramme de la DCRI (direction centrale du renseignement intérieur) et fournit le nom de certains de ses chefs de service. Des éléments classés « secret-défense ». D’après Le Monde, un internaute nantais serait à l’origine de cette mise à jour de l’encyclopédie participative. Que risque-t-il ?

confidentiel_destructeurscom.1237380271.gifSur le plan juridique, il n’existe qu’une forme de secret : le secret de la défense nationale. Sa violation tombe sous le coup de la loi, et les peines encourues sont de sept ans d’emprisonnement, pour les personnes officiellement dépositaires du secret (personnes habilitées), et de cinq ans pour les autres (art. 413-10 et 11, du Code pénal).

Il existe une classification du secret sur trois niveaux :
- Très Secret-Défense ;
- Secret-Défense ;
- Confidentiel-Défense.

On peut donc imaginer qu’un tribunal qui aurait à se prononcer tiendrait compte de cette classification pour graduer la peine. À noter que dans ce domaine, la négligence peut être coupable. Et le dépositaire d’un secret de la DN doit se plier à une procédure très stricte. Ainsi par exemple, si l’on veut détruire un document Secret-Défense, il doit être broyé en particules de 5 mm2, ce qui représente environ 15.000 particules pour une feuille de format A4 (source Destructeurs).

Pour accéder à un document classifié, il faut réunir deux conditions : posséder une habilitation du Premier ministre pour le Très Secret-Défense ou du ministre concerné dans les autres cas, et avoir une raison valable.

On s’interroge régulièrement sur le bien-fondé de l’utilisation du secret par les responsables politiques, et certaines affaires (écoutes de l’Élysée, frégates de Taiwan…), ont renforcé dans l’opinion publique l’idée d’un secret défense de complaisance. Une façon pour ceux qui détiennent le pouvoir de s’arroger une immunité de fait.

Pour se débarrasser de ce soupçon, Lionel Jospin a institué en 1998 une autorité indépendante, la CCSDN (Commission consultative du secret de la Défense nationale). Elle comprend un membre du Conseil d’État, de la Cour de cassation et de la Cour des comptes, ainsi qu’un député et un sénateur, et doit être saisie dès qu’un juge sollicite d’accéder à une information classifiée. Toutefois, il s’agit d’une simple consultation. Sa décision ne s’impose pas.

Mais, dans le projet de loi de programmation militaire pour les années 2009 à 2014, le législateur a prévu d’encadrer plus sévèrement l’accès aux documents et aux lieux protégés, suivant en cela les recommandations du Conseil d’État. Il s’agit d’établir des règles aux perquisitions effectuées dans certains endroits (notamment les ministères) et à la saisie de documents dits sensibles. Pour ce faire, la loi renforce les prérogatives du président de la SSCDN, lequel doit être informé à l’avance, un peu comme le bâtonnier est avisé avant une perquisition au cabinet d’un avocat.

Inutile de dire que les syndicats de la magistrature sont farouchement opposés à cette restriction du pouvoir des juges. Ils y voient un moyen de limiter le champ des investigations dans les affaires politico-judiciaires.

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Pour revenir à l’internaute nantais, il semble ne pas risquer grand-chose. Les informations fournies sur Wikipédia sont presque toutes du domaine public. On trouve certains éléments sur Internet, dans La documentation française (ici), ou sur Légifrance (ici). Seule la diffusion de la liste des noms peut réellement poser problème. D’ailleurs une nouvelle loi est sous le coude pour assurer une protection spécifique de l’anonymat des « agents secrets ».

La raison d’État justifie la notion de secret de la DN. Mais en y mettant trop de choses, trop de gens, ne prend-on pas le risque de faire naître la suspicion ?

Corsi di antispionaggio con gli esperti dell’MI5 britannico. Paranoia o verà necessità.

Da tre mesi, all’inizio di ogni settimana, una donna inglese non giovanissima, dall’aria distinta e un look studiato per non dare nell’occhio, sale sull’Eurostar alla stazione londinese di St.Pancras con un biglietto a destinazione Bruxelles. Un’ora e cinquanta minuti più tardi, già si fa largo nel caos maleodorante della Gare du Midi, dove l’attende un passaggio per il palazzo del Consiglio europeo. Lì, superati i raggi X per il bagaglio, si mette in coda al bancone degli accrediti dove esibisce il tesserino che certifica l’appartenenza al MI5, l’agenzia per la sicurezza interna e il controspionaggio britannico. Il funzionario di turno non si sorprende alla vista dell’insolito documento. La donna è un ospite atteso e ormai noto.

Inutile dire che si tratta di una missione Top Secret. L’agente che viene dal Tamigi è stata ingaggiata per insegnare agli uomini della burocrazia comunitaria come si tiene alla larga chi cerca informazioni a circolazione limitata, genìa che nella mente di chi ha voluto la Scuola Antispie comprende, oltre gli inviati sotto copertura di paesi terzi, anche lobbisti e giornalisti. La dipingono come fredda e cortese. Con la sua azione aiuta a prevenire fughe di notizie sensibili e impostare una strategia di correzione di rotta qualora un documento prezioso finisca alla persona sbagliata. Tiene lezioni singole, in qualche caso forma dei piccoli gruppi. Un’ora, durano. Si ritiene che sia sufficiente.

La donna non ha licenza di uccidere, quella semmai l’avrebbero gli 007 dell’MI6, l’agenzia di Sua Maestà responsabile della sicurezza esterna. Non risulta che giri armata, non serve. Ai piani alti del Consiglio hanno scelto di affidarsi al celeberrimo MI5 per rafforzare la protezione interna, anche se i casi acclarati di tentato spionaggi si contano sulle dita di un uomo con una mano sola. L’ultimo risale al 2003, quando la sicurezza ha trovato delle cimici negli uffici di alcune delegazioni, quella italiana compresa. Una scoperta fortuita. Alcuni funzionari avevano notato che spesso i telefoni suonavano senza ragione. Dell’inchiesta aperta successivamente non s’è saputo nulla.

Qui il problema è differente. L’agente dell’MI5 deve impostare le relazioni personali, spiegare alle signore cosa devono fare se qualcuno di sconosciuto la invita a colazione con secondi fini non tradizionali, e ai signori come devono comportarsi se un’avvenente presunta stagista domanda loro delle carte classificate. Nel suo compito rientra la lezione su cosa si può inviare per posta elettronica. Su come comportarsi con gli estranei e con chi, pur essendo noto, rappresenta interessi che possono danneggiare o minare la credibilità dell’istituzione.

Racconta un dirigente del Consiglio che la cosa più curiosa della Scuola Antispie è che la donna ricorda veramente l’ultima incarnazione cinematografica di “M”, il capo di James Bond all’IM6. Severa come l’attrice Judi Dench, versione ingrugnita della bellezza british di Glenda Jackson, a cui Marc Forster, il regista di “Quantum of Solace”, ha dato un ruolo centrale quale «unica donna che 007 non vede con interesse sessuale». «Ho imparato molte cose», confessa l’alto funzionario. Tipo? «Da oggi ti scrivo dall’indirizzo gmail e non da quello del Consiglio».

Viene da chiedersi se non sia una pura paranoia. La quantità di segreti commerciabili che gravita nei palazzi Ue è vicina allo zero. Le spie possono ambire a conoscere i dettagli delle decisioni sulle tariffe rilevanti con anticipo, o magari quelle sulla concorrenza che influenzano le attività delle imprese e i corsi di Borsa. Le altre carte finiscono in genere sui giornali con anticipo. Nonostante ciò a Bruxelles dicono che la sicurezza è prioritaria e i controlli sono stati stretti. La Donna che sembra Judi Dench è qui per questo. Almeno per dire che il possibile è stato fatto. Che serva veramente è un altro discorso.

La locandina di Duplicity, nuovo film con Julia Roberts

Marruecos expulsa al jefe del servicio secreto español en Nador

Rabat da a entender que el espía financiaba al adalid de la lucha antidroga

IGNACIO CEMBRERO - MADRID - 08/03/2009

El espía español recibió el miércoles una orden tajante de la dirección del Centro Nacional de Inteligencia (CNI): abandone Marruecos cuanto antes y, hasta que pueda salir del país, interrumpa su trabajo y no envíe más informes a su central.

El espía español recibió el miércoles una orden tajante de la dirección del Centro Nacional de Inteligencia (CNI): abandone Marruecos cuanto antes y, hasta que pueda salir del país, interrumpa su trabajo y no envíe más informes a su central.

El servicio secreto español no comunicó al jefe de su antena en Nador (noreste de Marruecos) el motivo de esa decisión, que ponía fin a año y medio de estancia en esa ciudad colindante con Melilla.

La salida precipitada del agente, suboficial del Ejército y con una larga experiencia en el País Vasco, responde a una exigencia de Rabat. “En la práctica, equivale a una expulsión”, afirma una fuente conocedora del incidente.

Al hombre del CNI en Nador, que está adscrito como agregado al Consulado de España en la ciudad, le hubiese gustado alargar tres meses su estancia antes de regresar a Madrid. Sus hijos hubiesen podido así acabar el año escolar. No se le ha permitido. Los marroquíes tenían prisa. Marruecos es el país al que el CNI consagra más esfuerzos. Cuenta con un pequeño equipo en Rabat y agentes, a veces hasta dos, adscritos a los otros seis consulados de España, además de una red de confidentes locales. Los movimientos islamistas, moderados y radicales, constituyen el principal centro de atención de los espías españoles.

La Dirección General de Estudios y Documentación (DGED), el espionaje exterior marroquí, rehusó explicar a este corresponsal por qué había exigido la salida del agente del CNI.

El servicio secreto español declinó también comentar la iniciativa de la DGED, que dirige Yassin Mansouri, de 46 años, hombre de confianza del rey Mohamed VI, con el que compartió pupitre en el Colegio Real de Rabat.

La clave está probablemente en las convulsiones que desde principios de año agitan el Rif, la mayor área de exportación de hachís del mundo después de Afganistán. Nada menos que 109 personas han sido detenidas y procesadas en Marruecos entre enero y febrero por tráfico de droga -76 son militares y policías-, tras la mayor redada de la historia del país.

Chakib al Khayari , que encabezaba en Nador la pequeña Asociación Rif Derechos Humanos , denunció, sin embargo, que la operación policial se quedaba corta porque no alcanzaba a los cerebros del narcotráfico que anidan en la cúpula del aparato del Estado.

Este militante rifeño es un personaje conocido por todos aquellos, periodistas y miembros de ONG extranjeras, que han trabajado en Nador. Era servicial, eficaz y vivía muy modestamente.

Solía sentarse con sus visitantes en un polvoriento cibercafé de su ciudad y les enseñaba en Google Maps la ubicación de las lanchas rápidas que transportan el hachís a las costas españolas o se apostaba con prismáticos al atardecer en la orilla de Mar Chica, la laguna salada que baña Nador, para divisar cómo cargaban con droga los fueraborda.

Al Khayari fue detenido el 18 de febrero de madrugada e ingresó en prisión. Está procesado por atentar contra las instituciones encargadas de la lucha contra el narcotráfico, según un comunicado de la fiscalía de Casablanca que suscitó la reprobación de buena parte de la sociedad civil marroquí.

Se le considera además sospechoso, prosigue el texto del ministerio público, de “recibir dinero del extranjero para llevar a cabo una campaña mediática para desacreditar los esfuerzos desarrollados por las autoridades marroquíes en la lucha contra el tráfico de droga”.

¿Quién le habría entregado esos fondos? Tras describir, el viernes en portada, la investigación efectuada en Nador por un equipo de la DGED, el diario de Casablanca As Sabah indicaba que “un servicio extranjero recluta en la zona del Rif”. Además, “un activista de derechos humanos cobra de una parte extranjera”.

Días antes, Al Obour Assahafi, una publicación de Nador reputada por recoger confidencias de los servicios marroquíes, había acusado al Consulado de España en la ciudad, al que está adscrito el agente, de fomentar actividades “subversivas”.

En claro, Chakib al Khayari habría recibido fondos del espía español en Nador cuya expulsión Rabat acaba de ordenar. ¿Con qué objetivo? Empañar la enorme movilización policial marroquí contra el narcotráfico.

Una fuente autorizada del CNI, el único servicio secreto extranjero con presencia en esa zona de Marruecos, desmintió ayer a este periódico haber financiado al militante de derechos humanos.

El episodio demuestra hasta qué punto, pese a la luna de miel política que viven las autoridades de ambos países, “la relación cotidiana hispano-marroquí sigue impregnada de recelos y desconfianza”, señala un diplomático español.

En Ceuta, la DGED marroquí también encontró motivos de descontento. Su jefe, Mansouri, se quejó a Alberto Saiz, el director del CNI, en noviembre de 2007, del apoyo brindado por las autoridades españolas al tablig. Esta rama del islam, de origen indio, ha mermado la influencia en la ciudad de los musulmanes de rito malekita, fieles a Rabat.

La expulsión del jefe de la antena del CNI en Nador no es la única que ha padecido recientemente el servicio secreto español en el Magreb. Su delegada en Túnez, una mujer, tuvo que hacer las maletas apresuradamente en 2007 después de mantener relaciones “demasiado estrechas” con los defensores locales de los derechos humanos.

Questo articolo raccolto dalla Stampa di oggi, è molto curioso… ovveri gli atleti russi tornano nelle caserme. Ai tempi della guerra fredda, gli sportivi erano le elites delle truppe d’assalto, perché potendo viaggiare, avevano una conoscenza del territorio che sarebbe stata utilissima in caso di guerra o missioni d’infiltrazione. Chissà oggi se è solo una questione di ‘dienghi’ (soldi) o c’è sotto qualcos’altro.

3/3/2009 (8:10) - IL CASO

La Russia in piena crisi precetta
i campioni: “Tornate in caserma”
Pochi fondi, le stelle richiamate alle armi. Soffre il Cska di Messina
STEFANO SEMERARO
P iù che un decreto, un ordine: tornate in caserma. C’è la crisi, il prezzo del petrolio è crollato, tutti in Russia devono fare sacrifici. Ma quello che il ministero della Difesa del Cremlino ha chiesto agli atleti legati alle tante, ricche e potenti squadre vincolate alle forze armate del Paese rischia di far saltare uno dei sistemi sportivi più importanti del mondo. Una corvée inaspettata: calciatori, cestisti, medaglie olimpiche, campioni dell’hockey russi, tutti dovranno togliersi la tuta e infilarsi l’uniforme gallonata.

Un po’ come se Valentina Vezzali e Andrew Howe fossero costretti ad allenarsi e gareggiare solo in licenza o nelle ore di libera uscita. Fra i primi 30 coscritti dal provvedimento entrato in vigore 2 giorni fa ci sono l’olimpionico di lotta greco-romana Islam-Beka Albiev e Andrei Vorontsevich, il pivot del Cska, la squadra di basket campione d’Europa allenata da Ettore Messina. Il fuoriclasse di pattinaggio Artiom Borodulin potrebbe essere costretto persino a saltare i Mondiali di marzo a Los Angeles. Vorontsevich, fra l’altro, dopo il match contro il Lokomotiv è passato direttamente dagli spogliatoi alla caserma di competenza. «E questa a Messina come la spieghiamo? - ha scosso la testa il direttore generale del club, Andrei Vatutin -. C’è il campionato da finire, le Final Four di Eurolega da conquistare. Senza Andrei per noi sarà dura». Le polisportive come il Cska, il club dell’Armata Rossa che ha tradizioni da urlo sia nel basket che nell’hockey su ghiaccio e nel calcio (il Cska ha vinto la Coppa Uefa nel 2005), sono nate all’epoca dei Soviet, ma hanno resistito all’implosione del sistema comunista e continuato a fornire molte vertebre alla spina dorsale dello sport russo.

A Pechino, ad esempio, 201 dei 467 atleti russi erano formalmente militari e 16 dei 23 ori appartenevano proprio al club dell’esercito. Ma a differenza di quanto avviene in Italia, dove gli atleti stipendiati da Fiamme Oro, Gialle & Co (177 su 347 alle ultime Olimpiadi, altro che cosacchi) sono essenzialmente quelli delle discipline più nobili ma meno ricche, spesso anche i Del Piero e i Meneghin russi sono graduati distaccati dal servizio attivo. «Capisco che l’intera Armata Rossa sia in via di ristrutturazione - ha protestato il ministro dello sport Vitaly Mutko -. Ma non mi sembra una buona ragione per smantellare l’intera struttura dello sport militare russo. Faremo di tutto per impedire che almeno i nazionali tornino in caserma». Il dilemma è posto: disertare gli stadi, o disertare tout-court.

L’articolo seguente, riporta un caso in cui l’agenzia di spionaggio americano più famosa ha distrutto dei videotapes, si suppone compromettenti. Forse è grave, ma del resto non è uno di compiti dello spionaggio confondere le acque?  Insomma… non si piange sul latte versato. La CIA si è limitata semplicemente a fare il suo ‘lavoro’ di spionaggio. Sporco, ma qualcuno deve farlo. Macchiavelli lo aveva capito benissimo.

March 3, 2009

U.S. Says C.I.A. Destroyed 92 Tapes of Interrogations

WASHINGTON — The government on Monday revealed for the first time the extent of the destruction of videotapes in 2005 by the CIA, saying that agency officers destroyed 92 videotapes documenting the harsh interrogations of two Qaeda suspects in C.I.A. detention.

The disclosure came in a letter filed by federal prosecutors investigating the destruction of the tapes in November 2005.

It had been previously known that officials of the agency had destroyed hundreds of hours of videotaped interrogations, but the documents filed Monday reveal the number of tapes.

The tapes had been held in a safe at the C.I.A. station in Thailand, the country where two detainees — Abu Zubaydah and Abd al-Rahim al-Nashiri — were interrogated.

The filing of the documents, submitted to a court in New York as part of a Freedom of Information Act lawsuit brought by the American Civil Liberties Union, came as federal prosecutors were wrapping up the investigation into the matter.

The criminal investigation, begun in January 2008, is being led by John H. Durham, a career prosecutor from Connecticut with long experience trying organized-crime cases.

The order to destroy the tapes was given by Jose A. Rodriguez Jr., who at the time was the head of the spy agency’s clandestine service. Prosecutors have spent months trying to piece together whether anyone besides Mr. Rodriguez authorized the destruction and to decide whether anyone should be indicted in the matter.

The tapes were destroyed as Congress and the courts were intensifying their scrutiny of the agency’s detention and interrogation program.

The civil liberties union is asking a judge to hold the agency in contempt for destroying the tapes.

A Justice Department spokesman declined to comment on the matter on Monday.

The destroyed videotapes are thought to have depicted some of the harshest interrogation techniques used by the C.I.A. during the two years after the Sept. 11 terrorist attacks, including the simulated drowning technique called waterboarding.

In a speech on Monday in Washington, Attorney General Eric H. Holder Jr. said that “waterboarding is torture” and that he would never authorize the technique, a position he first articulated in his confirmation hearings.

Mr. Holder is leading a review to determine which interrogation techniques should be authorized for C.I.A. use.

According to the letter that was filed, the agency has asked to have until Friday to produce a schedule for the court detailing when it will turn over a number of records associated with the destruction of the tapes, including a list of witnesses who might have viewed the videotapes before they were destroyed.

Mr. Durham has made no public statements about when he will conclude his investigation.

Last year, however, he asked that freedom-of-information requests directed at the agency be held in abeyance until he wrapped up the criminal inquiry. He asked at that time to have until the end of February to conclude his work, and he has not asked for another extension.