P. Vilikovský
È sempre verde…
traduzione di A. Mura, Edizioni Anfora, Milano 2004
(Recensione di Tiziana D’Amico)
e Samizdat 2005 (III) 2-3, pp. 492-494

“…E va subito detto che la scelta di È sempre verde… ci appare particolarmente felice. Una ex-spia dell’impero austro-ungarico racconta le proprie esperienze a un aspirante agente segreto attraversando mezzo secolo di storia dell’Europa centrale. Un romanzo di spionaggio, dunque. Ma non solo, perché già nella succinta trama compare un altro genere, quello del romanzo di formazione: l’agente fuori servizio è prodigo di consigli e osservazioni su come si deve svolgere questo delicato lavoro, oltre che di particolari sulle avventure vissute.
Consigli, osservazioni, avventure, considerazioni, ricordi: la narrazione è composta unicamente da questo, e si rovescia come l’acqua di un bicchiere rovesciato, senza una meta precisa, senza confini. Il narratore divaga, interrompe il racconto, passa da un ricordo all’altro, ignorando, confondendo il suo ascoltatore (i suoi ascoltatori, quello del romanzo e il lettore). Un monologo a tratti interrotto da domande alle quali non sempre vengono date risposte, spesso ribattute con fastidio e insulti più o meno velati, o del tutto snobbate. Un ascoltatore denigrato, di cui veniamo a conoscenza solo dei difetti fisici (le orecchie, il naso) e delle carenze intellettive e scolastiche (non conosce né l’inglese né il latino). Il critico Vladimír Macura ha osservato che questo narratore ricorda Insulti al pubblico di Peter Handke (“Agenta Munchhasena přirody a skúsenosti”, Slovenské Pohľady, 1989, 9, pp. 41-47); o forse sarebbe più appropriato scrivere che “gioca a ricordarlo”.
Ed ecco una delle chiavi di lettura di queste 140 pagine: il gioco. L’autore, attraverso questo suo narratore egocentrico, stereotipo di se stesso, gioca con il lettore e con la letteratura. Gioca con i generi, quello dello spionaggio innanzitutto, quello di formazione (con il colpo di scena finale), e, a guardar bene, tocca anche quello della memorialistica con il suo narratore dai ricordi grotteschi, irreali di una vita fuori dal quotidiano. …”

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